Giulio Regeni e l’Egitto

Giovedì 4 febbraio 2016
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Divulgo qui il mio commento che non è stato pubblicato dal Messaggero Veneto oggi a causa del ritrovamento, ieri sera, del corpo di Giulio Regeni.

Sulla sorte di Giulio Regeni c’è per ora un’unica certezza: il giovane si è trovato impigliato in un Paese lacerato dall’esito fallimentare della Primavera araba e dall’annosa lotta tra fautori dell’islamismo e sostenitori della modernizzazione filo-occidentale. Sebbene non si possano escludere altri scenari, è probabile che questi elementi possano gettare luce sulla sua sparizione. Le tracce di Regeni si perdono quando in Egitto cadeva l’anniversario della rivoluzione che portò alla deposizione del presidente Hosni Mubarak. La caduta del “faraone” fu un tassello della sollevazione di un’intera regione intrappolata nella morsa dell’autocrazia e del sottosviluppo, due ingredienti che hanno fatto lievitare tanto la protesta del fronte liberal-democratico quanto la forza della reazione islamista. Coagulatesi temporaneamente nelle sollevazioni di piazza del gennaio 2011, le due istanze si sono divise quando arrivò il momento di costruire l’assetto dell’Egitto post-Mubarak. Il movimento democratico non fu in grado di organizzarsi politicamente e dovette soccombere dinanzi alla più efficace mobilitazione dei Fratelli musulmani. Mentre il primo scontava l’assenza di un radicamento in una società che il potere centrale aveva mantenuto sotto il proprio tallone, le forze islamiste si avvantaggiavano delle simpatie conquistate in una decennale strategia di penetrazione presso moschee, istituti assistenziali, movimenti studenteschi e associazioni professionali. La conquista della presidenza da parte del candidato della Fratellanza, Mohamed Morsi, è avvenuta così sotto il segno dell’ambivalenza: la prima elezione democratica segnava anche l’ascesa al potere di un movimento che avrebbe promosso la re-islamizzazione dell’Egitto e il suo allineamento con un fronte internazionale ostile all’Occidente e al suo alleato Israele. Quando questi sviluppi iniziarono a prendere piede, approfittando della crisi finanziaria che fece vacillare il consenso popolare al governo, le Forze Armate rientrarono prepotentemente sulla scena con un ultimatum, il 1 luglio 2013, al presidente Morsi. Il colpo di stato di due giorni dopo sancì l’ascesa del nuovo uomo forte, Abd al-Fattah al-Sisi, incoronato presidente con l’elezione plebiscitaria dell’anno successivo. Da allora, al-Sisi è il garante di un equilibro fragile su cui incombe la volontà di revanche del fronte islamista, oggetto di una indiscriminata repressione denunciata insistentemente dalle organizzazioni per i diritti umani. La politica del pugno duro di al-Sisi riporta in vita l’antica dialettica di un regime il cui impegno nel contrastare la minaccia del fanatismo religioso chiude ogni spiraglio ai movimenti democratici e, soprattutto, genera movimenti clandestini di matrice estremistica e inclini alla violenza. È la cifra distintiva di un Paese che è stato la culla del fondamentalismo islamico ma anche dell’ideologia e della prassi jihadiste. La presenza di una “provincia” del califfato nel Sinai, che ha rivendicato numerosi attentati tra cui la bomba deflagrata in un aereo russo lo scorso 31 ottobre, rappresenta una delle tante incognite della terra su cui l’innata curiosità di Giulio Regeni aveva apposto la propria attenzione.