L’attentato di Damasco

Martedì 2 febbraio 2016
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L’ attentato di domenica 30 gennaio a Damasco conferma ciò che sanno anche i sassi, ossia che la strada per la pace in Siria è tutta in salita. L’attacco è stato triplice: un’autobomba prima e due kamikaze poi, tecnica ampiamente rodata che serve a massimizzare gli effetti aumentando il numero delle vittime. L’obiettivo è doppiamente simbolico: ad essere colpiti sono un santuario sciita, dove giacciono le riverite spoglie della figlia dell’imam Ali, massimo riferimento sacro degli sciiti, ma anche un quartiere presidiato dalle milizie iraniane e libanesi che puntellano il regime di Bashar al Assad. Non può sfuggire il tempismo. Venerdì a Ginevra è iniziato il nuovo round di colloqui di pace, che l’Onu sponsorizza in un disperato tentativo di trovare la quadra tra i diversi gruppi, interessi e prospettive che si scontrano sul territorio della Siria dilaniata da un conflitto che ha fatto 250 mila morti e costretto 11 milioni di persone ad abbandonare la propria abitazione. A Ginevra sono più le fazioni escluse che quelle coinvolte in negoziati che sono peraltro indiretti: regime e opposizione non si riuniscono nella stessa sala ma è il mediatore Onu Staffan De Mistura a fare da spola. Non sono ovviamente stati invitati i principali gruppi jihadisti, dominanti in non poche regioni, ma nemmeno i curdi (per il veto turco), nonostante il loro ruolo centrale nel contrasto allo Stato islamico. Le sigle ribelli ammesse, espressione degli interessi sunniti raggrumatisi intorno ad uno dei grandi sponsor della guerra civile, l’Arabia Saudita, sono invece già sul punto di abbandonare i colloqui. Chiedono infatti, prima di ogni cosa, la fine dei bombardamenti sulla popolazione civile e assicurazioni sui soccorsi umanitari garantiti dalla precedente risoluzione Onu. Condizioni che l’asse siriano-russo-iraniano -libanese non ha intenzione di garantire essendo intento a riconquistare, anche grazie alle armi di Mosca, quanto territorio possibile. In questo marasma è difficile intravedere spiragli di distensione, e il califfo ha buon gioco con i suoi kamikaze che mirano a mettere una pietra tombale su qualsivoglia prospettiva di chiusura del conflitto. Per al Baghdadi, sciiti alawiti o sunniti non oltranzisti pari sono. Sempre di nemici si tratta, e vederli scannare in Svizzera è per lui spettacolo gradito.