Non dimentichiamo perché ci sono i profughi

Sabato 12 marzo 2016
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Lo spettacolo dei profughi siriani bloccati alle porte di un’Europa trasformatasi in barriera invalicabile suscita non pochi interrogativi. I Paesi europei, si sostiene, si trincerano dietro biechi sentimenti nazionalistici e ignorano quegli obblighi internazionali che costringerebbero ad accogliere chi fugge dalla guerra. Pur non mancando di fondamento, questi ragionamenti rischiano di far smarrire le origini di questa crisi umanitaria. Crisi che reca i segni di due precisi fallimenti: quello della diplomazia dell’Onu e quello della politica estera degli Stati Uniti. Dinanzi al precipitare della situazione, il Palazzo di Vetro non ha saputo far meglio, dopo due infruttuosi tentativi negoziali, che mettere in piedi la farsa del mese scorso dei colloqui indiretti tra il regime siriano e le opposizioni. Una farsa perché il primo, forte del sostegno militare russo, ha perso ormai ogni interesse nel negoziato e punta ad una soluzione militare. Il beffardo approccio della Siria è ben dimostrato inoltre dalla selezione preliminare dei propri interlocutori: con la scusa di una presunta natura terroristica, al presidente Assad è stato concesso di escludere dai tavoli la parte di opposizione a lui sgradita. Chi ha partecipato non ha potuto invece far altro che denunciare le violazioni delle disposizioni concordate che prevedevano la cessazione delle ostilità e la possibilità di prestare soccorso ai civili intrappolati nella zona dei combattimenti. Con la conseguenza di determinare quelle nuove ondate di profughi che ora premono alle nostre porte. È impossibile impedire a degli esseri umani di cercare rifugio dai bombardamenti e questo ci porta al secondo termine del nostro discorso: l’incapacità americana di tenere sotto controllo un conflitto su cui, almeno fino ad un certo punto, Washington poteva avere una certa influenza. Influenza che ha deciso di non esercitare per varie ragioni. Per l’indole, anzitutto, di un presidente che per marcare le distanze dal suo predecessore ha imposto al suo Paese un nuovo corso in cui la politica estera muscolare non deve avere posto. Questo atteggiamento si è tradotto in una posizione ambivalente nel conflitto siriano: se Washington ha spesso insistito che Assad si facesse da parte, non ha nemmeno sostenuto con convinzione le fazioni ribelli, lasciando campo libero agli sponsor delle parti avverse in una guerra che si è aggravata anno dopo anno. Obama ha inoltre soffiato sul fuoco del settarismo che anima questo conflitto, siglando un’intesa con l’Iran e dando così alle potenze sunnite l’impressione di assecondare le intenzioni egemoniche dell’avversario sciita. Un’impressione che si è rafforzata quando alla presenza in Siria delle forze iraniane e dei correligionari di Hezbollah si è affiancata la potenza dell’arsenale russo. Si può ora scommettere che il rinvigorito regime di Assad proseguirà quanto prima un’avanzata che non mancherà di aggravare la crisi umanitaria e lascerà al proprio posto l’altro incubo generato da questo scontro: il califfato. Questa ricostruzione rimarrebbe monca se non si citasse un’ultima responsabilità: quella di un’Europa che in questa guerra non ha svolto alcun ruolo all’altezza salvo ora rifiutarsi di affrontarne sul proprio suolo le conseguenze.