Perché le tensioni India-Pakistan inguaiano la strategia di Trump

Lettera43
Giovedì 28 Febbraio 2019

Impegnata com’è nella crociata contro l’Iran e nella guerra fredda tecnologica con l’avversario cinese, Washington si è lasciata sfuggire di mano la situazione in una delle zone del pianeta di maggiore importanza strategica per l’America e che, come i fatti di questi giorni dimostrano clamorosamente, è anche sospesa nel precipizio di una devastante resa dei conti. La zona in questione corrisponde, per usare quelle categorie che informarono la visione del mondo degli Stati Uniti nell’era di George W. Bush, alla linea di faglia – culturale, religiosa, politica e, in ultima analisi, di “civiltà” – che divide l’India e Pakistan. Un limes che ha il suo punto nodale nel Kashmir, regione da sempre contesa da due potenze che, nel frattempo, si sono dotate dell’arma finale per aggiungere alla disputa un gradiente di gravità che non si può ignorare. Non le può ignorare, soprattutto, quella parte di America che non vuole abdicare dalle proprie responsabilità di faro e guida del mondo. La disattenzione dell’amministrazione Trump può rivelarsi fatale, se The Donald e soci non sapranno disinnescare in tempo la nuova crisi indo-pakistana iniziata il 14 febbraio scorso. È il giorno del micidiale attentato kamikaze che a Gundipoora, villaggio della parte meridionale del Kashmir, ha preso di mira un convoglio di militari indiani, facendo oltre quaranta vittime, il bilancio più grave degli ultimi decenni. Una sanguinosa provocazione, quella di un gruppo – Jaish-e-Mohammad, “L’Esercito di Maometto” – che è incluso nella blacklist delle Nazioni Unite ma gode, secondo l’accusa di Dehli, di inconfessabili complicità in Pakistan. È la stessa accusa – complicità col terrorismo jihadista – che Islamabad si sente rivolgere da sempre dagli Stati Uniti, mai dimentichi del rifugio pakistano in cui Osama bin Laden fu stanato e consegnato ai libri di storia dall’audace raid dei Navy Seals del 1 maggio 2011. Le scuse accampate dal governo di Imran Khan non sono bastate per fermare la risposta promessa con pugno duro dal premier indiano Narendra Modi che, in cerca della riconferma nelle prossime elezioni, non può apparire arrendevole. Alle prime ore del mattino del 26 febbraio, jet dell’Air Force di Dehli hanno varcato così la Line of Control – è la prima volta che lo fa dal lontano 1971 – e hanno bombardato quello che, secondo Dehli, è un campo di addestramento di Jaish-e-Mohammed e, per altri, solo una foresta. L’esercito di Islamabad risponderà il giorno dopo abbattendo due aerei indiani penetrati nello spazio aereo pakistano e bombardando obiettivi in territorio indiano. Washington, a questo punto, si sveglia dal torpore e, con una dichiarazione del Segretario di Stato Mike Pompeo, “incoraggia India e Pakistan ad (…) evitare ad ogni costo l’escalation”. L’America è intervenuta altre volte per invitare le parti alla moderazione. Ma, al di là dell’ovvia necessità di impedire che il tit-for-tat degeneri, ha più di un motivo per far sentire la propria voce con entrambi. In Afghanistan si profila la fine della guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti nella loro storia, un impegno militare e politico lungo oltre diciassette anni che ha drenato dalle casse dello Stato più di un trilione di dollari. Dal negoziato in corso coi talebani è spuntato a gennaio un piano che, in cambio del ritiro dei 14 mila soldati Usa, fa intascare la promessa da parte degli islamisti di non permettere che l’Afghanistan diventi di nuovo un santuario del terrorismo. Uno schema che necessita però della garanzia esterna del Pakistan, che dei talebani è da sempre il grande manovratore. Liberando lo scorso autunno il co-fondatore del movimento, il mullah Baradar, chiamato ora a svolgere un ruolo di punta nel negoziato con gli Usa, Islamabad ha accettato di stare al gioco. Non può fare diversamente, d’altronde: in ballo ci sono oltre un miliardo di dollari in aiuti militari che Trump ha congelato all’inizio del 2018 per segnalare che la pazienza degli Usa è finita. Ma non sono pochi, in Pakistan, a essersi indispettiti per il ricatto di Washington, così come sono tanti, nel mondo di mezzo dove sguazzano generali e funzionari di intelligence, a continuare ad ammiccare a quell’ala dura dei talebani di cui ci sarà tanto bisogno quando – è questione di quando, non di se – tornerà al potere a Kabul. Slegare le briglie ad una sigla minore come Jaish-e-Mohammed, permettendole di colpire al cuore il nemico indiano, è il modo perfetto per segnalare al lamentoso alleato americano la propria insoddisfazione. È un messaggio che Washington non può sottovalutare perché coinvolge un Paese come l’India su cui l’America sta puntando tutte le sue carte in un’altra partita decisiva, quella contro Pechino. Il subcontinente è assurto al rango di perno della strategia americana in quel quadrante asiatico che è il più importante terreno in cui si manifesta la competizione con il grande avversario cinese. Nella scacchiera trumpiana, l’India è una pedina importantissima: è il membro naturale di quell’alleanza delle democrazie che, secondo i disegni Usa è chiamata a confrontarsi con e possibilmente contenere la comunità del destino condiviso che la Cina di Xi Jinping sta tessendo per coronare la sua aspirazione a diventare, come ai tempi d’oro delle antiche dinastie, il centro del mondo. È soprattutto qui che si misurerà la capacità dell’America di conservare intatto il proprio primato nel XI secolo. È una sfida oltremodo complicata, però, ed è anche soggetta a falle improvvise. Perdere il controllo di una zona nevralgica come il limes indo-pakistano non è il miglior biglietto da visita per un Paese che si candida di nuovo ad essere potenza egemone. Né permettere a due membri del club nucleare di scherzare col fuoco può rappresentare la prova di leadership che ci si aspetta da chi vuole guidare il mondo. In fondo, nell’era di The Donald e della geopolitica a 280 caratteri, per fare la differenza tra guerra e pace potrebbe bastare un tweet.

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