Accoglienza e detenzione

Il Piccolo
Giovedì 7 giugno 2018

“La pacchia è finita. Preparate le valigie”. Queste le parole d’ordine per i migranti, scandite dal neo-ministro dell’Interno Matteo Salvini. Le cui idee e propositi sono perfettamente in linea con quelli del nuovo governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga. Il quale, dopo aver vinto le elezioni regionali cavalcando il malumore popolare per il fenomeno migratorio, intende ora passare dalle parole ai fatti. Come? Dichiarando conclusa l’esperienza dell’accoglienza diffusa, fiore all’occhiello della giunta Serracchiani, e dicendosi pronto ad aprire sul territorio regionale una serie di nuovi Centri per l’identificazione e l’espulsione (Cie) in cui internare i quasi 5 mila richiedenti asilo presenti in Fvg. Una mossa dettata da una logica stringente: per Fedriga si tratta infatti di meri “clandestini” che, essendo entrati illegalmente sul nostro territorio, non possono accampare il diritto di girarvi liberamente. Si presume, insomma, che la variegata umanità che è arrivata sin qui rappresenti un problema di ordine pubblico. Da cui l’esigenza di risolverlo a monte, togliendo dalla circolazione i malcapitati e obbligandoli ad attendere in strutture semi-detentive l’agognata risposta alla domanda di asilo. Esattamente come quelle di Salvini, le esternazioni di Fedriga hanno immediatamente suscitato un vespaio di polemiche. Sono molti, infatti, a ritenere quella del governatore una posizione demagogica, al limite dell’eversione. Privare della libertà chi non ha commesso alcun male alla comunità che lo ospita rappresenta, in effetti, qualcosa di diverso da una politica migratoria. È, di fatto, una sentenza ingiusta pronunciata da un’autorità politica che si arroga un potere che teoricamente non le spetta. Oltre a rappresentare un’opzione costosa e di non facile realizzazione, il progetto di Fedriga e Salvini di moltiplicare i Cie tradisce una concezione autoritaria del migrante che, oltre ad essere privato della sua umanità, si vede etichettare come un soggetto pericoloso a prescindere. Anziché individui dotati di una storia personale fatta di sofferenze indicibili, i migranti diventano sotto la luce verde leghista uno spinoso problema da risolvere con i mezzi più drastici. D’altro canto, ogni promessa è debito: sin dalle prime battute della campagna elettorale Fedriga aveva notificato l’intenzione di voltare pagina, ponendo fine all’esperienza dell’accoglienza diffusa che, pur tra mille resistenze, era riuscita a decollare. Sono decine oggi i Comuni della nostra regione che accolgono soggetti o famiglie migranti. Senza che ciò abbia provocato sconvolgimenti. In molti casi, anzi, la presenza dei richiedenti asilo ha mobilitato le energie migliori delle comunità, prodigatesi in azioni finalizzate a favorire l’inclusione sociale dei nuovi arrivati. Lungi dal rappresentare un’idea balzana, l’accoglienza diffusa rappresentava una soluzione virtuosa ad un problema che ha afflitto i centri urbani della nostra regione, quelli in cui si è inizialmente concentrata la presenza dei richiedenti asilo. Era un problema che, oltre ad aver provocato grande scontento tra la popolazione, poneva oggettivi rischi alla convivenza civile. La presenza di centinaia di migranti in città di modeste dimensioni come Udine o Pordenone era d’altro canto provvisoria: semplicemente, la nostra regione non era preparata ad affrontare un’emergenza come quella migratoria che ha colpito simultaneamente l’intera Europa. Ed è per sollevare le città da questa incombenza che la giunta Serracchiani, in accordo con il governo precedente e con l’Anci, aveva escogitato la soluzione più ovvia: redistribuire i migranti su tutto il territorio regionale, suddividendo gli oneri dell’accoglienza tra più amministrazioni. Ma per Fedriga, evidentemente, l’accoglienza non è un obbligo discendente da precisi accordi internazionali, ma solo la prevaricazione della solita Bruxelles e di un Partito Democratico irrimediabilmente buonista. Comunque la si voglia considerare, l’accoglienza diffusa rimane una realtà. Chi la intende smantellare, si dovrà fare carico delle conseguenze politiche e morali di tale scelta. Scelta pensata per dividere più che per unire, e per lanciare un monito di facile comprensione: la pacchia è finita.

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