Borgo Stazione: sradicare la malavita condizione dell’accoglienza

La Vita Cattolica
Giovedì 4 Aprile 2019

di Marco Orioles

L’Operazione “Magnolia” condotta il 28 marzo dalla Questura di Udine non può che definirsi un trauma per la città. Vedere materializzarsi in via Roma, nel cuore di Borgo Stazione, un centinaio di agenti che hanno bloccato tutti gli accessi e proceduto a controlli a tappeto su tutti i presenti, sotto l’occhio vigile di un elicottero della Polizia, è scena che genera turbamento ed una sfilza di interrogativi. Era, d’altronde, solo questione di tempo. La Procura di Udine aveva avviato a settembre un’indagine sul traffico di stupefacenti che, da parecchi mesi a questa parte, era diventata un’attività condotta a cielo aperto nel dedalo di vie che compone il quartiere della stazione ferroviaria. Sfacciato ai limiti dell’arroganza, lo smercio delle dosi di droga non passava affatto inosservato. Anzi, se ne erano accorti tutti, in primis i residenti, da anni sul piede di guerra per aver subito quella che, ai loro occhi, si configura come l’occupazione di un territorio avito. Realtà sociale con trent’anni di storia alle spalle, l’immigrazione a Udine ha trovato in Borgo Stazione un proprio centro di gravità. Nel quadrilatero delimitato da viale Europa Unita, viale Leopardi, via Ciconi e via De Rubeis vivono – dicono i dati dell’anagrafe risalenti al 2017 – 671 cittadini stranieri, quasi un terzo del totale dei residenti. Un’incidenza di molto superiore rispetto alla media comunale (14%). È un dato che, però, non sorprende: in ogni realtà urbana interessata da flussi migratori, gli immigrati eleggono a domicilio quelle zone dove è maggiore la possibilità di incrociare connazionali, che sono spesso e volentieri i familiari, gli amici, gli abitanti dello stesso paese d’origine. Soggetti, insomma, che possono garantire solidarietà in un contesto dove i legami sociali sono, per ovvie ragioni, più deboli. Le concentrazioni residenziali che ne scaturiscono sono il risultato di una miriade di scelte individuali che seguono la stringente logica dei network: chi emigra prima, attira chi è rimasto in patria e gli offre ospitalità, sostegno, informazioni. Nacque proprio così, oltre un secolo fa, Little Italy, la più famosa exclave italiana all’estero. Per le medesime ragioni, collocate però in un’altra epoca, in un altro quadro geografico e nella cornice delle odierne migrazioni internazionali, a Udine si è costituito da vent’anni a questa parte un quartiere multietnico. Borgo Stazione è un condensato di umanità connotata dalle più diverse radici etniche e culturali. E dal desiderio, comune a tutti i neo-residenti, di stare insieme. I crocicchi ed esercizi commerciali che puntellano il quartiere sono il palcoscenico di una socialità vivacissima che garantisce un sicuro colpo d’occhio ai passanti. Tuttavia, come accade a tutti i portatori sani, nel corpo di questo microcosmo si è innestata la malapianta della droga. Che ha trovato negli ultimi arrivati, gli stranieri, gli utili manovali di un’industria della morte che non nasce certo a Udine né nel 2019. Quello della droga è un problema antico che non ha facili e immediate soluzioni. Sradicare le sue manifestazioni più eclatanti, come ha fatto la Questura di Udine, è stata un’opera meritoria che, si spera, restituirà ora a Borgo Stazione la sua autentica vocazione: essere la casa di tutti i popoli che convivono a Udine, sotto le insegne della legalità e del piacere di ritrovarsi sotto lo stesso cielo.

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