Centro islamico e diritti negati

Il Piccolo
Sabato 28 luglio 2018

Il caso della moschea monfalconese di via Primo Maggio, la cui apertura è stata bloccata dal sindaco Cisint per un cavillo, non è finito. La comunità Baitus Salat, proprietaria dell’immobile, ha deciso di impugnare il provvedimento e ricorrere al Tar. La questione si sposta dunque sul piano giudiziario: vedremo come andrà a finire. Nel frattempo, la vicenda si presta già ad alcune riflessioni. La scelta di Cisint di negare alla comunità musulmana l’opportunità di ritrovarsi in uno spazio più ampio – l’ex Hardi Discount regolarmente acquistato da Baitus Salat – tradisce una concezione alquanto curiosa della convivenza. I musulmani di Monfalcone sono una presenza numerosa e in crescita. Si tratta di lavoratori con famiglie e figli che esprimono i bisogni di qualsiasi soggetto sociale: un alloggio decente, un lavoro, servizi sociali efficienti. E una moschea. Che non è, ricordiamolo, solamente un luogo di culto. In contesto occidentale, dove ci si ritrova in condizione di minoranza e immersi in un ambiente estraneo, i musulmani sono soliti ritrovarsi nei locali di una moschea, attorniati da simboli che richiamano a tempi e luoghi lontani. In moschea, gli immigrati possono reimmergersi nel flusso della lingua madre, godere delle usanze dei paesi di origine e dell’abbraccio fraterno dei connazionali. La moschea è anche il luogo della solidarietà, dove un nuovo arrivato riceve consigli e le persone in difficoltà un aiuto concreto. Lungi dal limitarsi ad offrire un tetto a chi vuole pregare cinque volte al giorno, la moschea è un centro di aggregazione i cui frequentanti possono esprimervi appieno la propria identità e manifestare quelle forme di socialità che nel contesto esterno non trovano riconoscimento. La moschea svolge anche una funzione educativa fondamentale: è qui che i minori imparano i rudimenti della propria religione, a leggere il Corano, e ad acquisire le basi della lingua araba, codice universale della religione islamica. È così dappertutto, in Occidente. Dovunque siano arrivati, i migranti musulmani hanno pian piano raccolto la somma necessaria per affittare un locale da adibire a moschea. Col passare del tempo, e l’infoltirsi dei ranghi della comunità, si rende impellente la necessità di passare ad altre soluzioni immobiliari. Colletta dopo colletta, la comunità riesce ad accumulare la disponibilità finanziaria necessaria per coronare il proprio sogno: una moschea più grande, capiente, accogliente. Dove pregare senza accalcarsi, ma anche svolgere tutte quelle attività con cui si sostanzia la vita di una comunità religiosa. Di fronte alla crescita di una componente sempre più importante della popolazione di Monfalcone, ci si sarebbe attesi dal sindaco un atteggiamento di maggiore disponibilità. Ma Cisint è persona di ferme convinzioni. Se ha deciso di opporsi alla realizzazione della nuova moschea è perché – parole sue – nessuno è “riuscito a dimostrare che l’Islam sia compatibile con i valori costituzionali sanciti”. Se queste sono le idee del primo cittadino, era prevedibile che si sarebbe arrivati al muro contro muro. Se Cisint considera i musulmani di Monfalcone come una comunità che nutre convinzioni e tradizioni che confliggono con la nostra Carta, era ovvio che si sarebbe opposta all’allargamento del perimetro dei diritti di questa comunità. Cisint si impunta su una posizione di principio che è teoricamente discutibile e moralmente dubbia. Sostenere che Islam e Costituzione siano agli antipodi è un’offesa a tutti quegli onesti lavoratori immigrati che contribuiscono al benessere di Monfalcone senza pretendere null’altro in cambio che il rispetto e i propri sacrosanti diritti. Quel rispetto e quei diritti che Cisint nega loro sulla base di convinzioni pretestuose.

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