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Come sta l’economia della Tunisia (che va al ballottaggio per le presidenziali)

Pubblicato il 18/09/2019 - Start Magazine

Dopo un lungo spoglio, è arrivato il responso delle presidenziali tunisine di domenica. Dei 26 uomini e donne in lizza, ad affermarsi nelle prime due posizioni, e quindi a sfidarsi nel ballottaggio che si svolgerà entro 15 giorni dalla proclamazione dei dati definitivi, sono il giurista indipendente Kais Saied e il magnate tv attualmente detenuto in carcere con l’accusa di riciclaggio ed evasione fiscale Nabil Kaoui.

È stato già definito un voto contro il “sistema”, come ha evidenziato la forte astensione (55%, venti punti in più rispetto alle elezioni che nel 2014 incoronarono Beji Caid Essebsi, morto il 25 luglio) e i suffragi andati a chi, più di altri, ha saputo incarnare il voto di protesta in un paese piagato dalla contraddizione tra la natura democratica delle istituzioni figlie della rivoluzione dei gelsomini e una crisi economica e di credibilità del sistema che ne inficia la sostenibilità.

Chi, tra Saied e Kaoui, prevarrà al ballottaggio dovrà dunque affrontare una sfida immane, che due contributi del penultimo numero della rivista di geopolitica “Limes” hanno dettagliato con numeri e cifre non proprio confortanti. Quel Paese che –  come sottolinea Ester Sigillò, analista Nord Africa e ricercatrice alla Normale di Pisa, nel suo saggio “il falso mito della stabilità tunisina” – viene celebrata ovunque come “giovane democrazia” e “modello virtuoso della sponda Sud” è piagata infatti da tutta una serie di “fragilità”, aggravate dal fatto di “ritrovarsi nel contesto di una regione sempre più turbolenta”.

“Siamo alla vigilia di un’ondata di insurrezioni?”, si chiede Piero Messina, scrittore e giornalista del gruppo GEDI, nel suo pezzo “Se fallisce la Tunisia per noi è un disastro”. Non è una domanda retorica, ma la conclusione suggerita da un quadro economico debole, con un Pil fermo a quota 36,2 miliardi di euro, la crescita ridotta al lumicino, il disavanzo in aumento e, soprattutto, la disoccupazione alle stelle.

Il fallimento nel risalire la china della disoccupazione rappresenta la principale macchia sulla reputazione della giovane democrazia nordafricana e dei partiti che ne hanno retto sin qui le sorti. L’attuale tasso di disoccupazione (15,9% nel primo trimestre di quest’anno) risulta infatti addirittura superiore rispetto a quello prerivoluzionario (13%).

E la situazione è ancor più preoccupante per la categoria dei giovani, che della rivoluzione del 2011 furono il motore con l’idea, ma sarebbe meglio dire la speranza, di poterne anche diventare dei beneficiari. Illusione tradita da dati  drammatici: partita dal già significativo 29,4% di otto anni fa, la disoccupazione giovanile colpisce oggi quattro ragazzi su dieci della fascia d’età 15-24, un universo che da solo rappresenta più del 15% della popolazione.

Otto anni di governo democratico nulla hanno potuto, inoltre, per colmare le distanze tra le diverse regioni del paese in termini di opportunità di lavoro: se nelle aree litoranee (9.,7%) e nel Centro-Est (10%) la disoccupazione è a livelli pressoché fisiologici, in posti come il Centro-Ovest (19,1%) e il Sud-Est (23,9%) si rasenta l’emergenza.

Di tale situazione periclitante, il governo porta almeno parte delle responsabilità. Il motivo, a detta di Sigillo, rimanda alla “ossessione per la stabilità di bilancio da parte di una Tunisia povera di risorse, sempre più isolata in un contesto regionale instabile e totalmente dipendente dal credito di istituzioni internazionali quali Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale, le quali hanno tolto respiro all’economia e impedito l’attivazione di risposte politiche alle richieste della rivoluzione”.

Sul banco degli imputati salgono dunque quelle ricette di austerity varate a più riprese dall’esecutivo e che si sono tradotte in misure altamente impopolari e nella conseguente diffusione del malcontento. Particolare animosità ha accolto la Finanziaria 2019, infarcita di provvedimenti indigesti come l’aumento di Iva e carburanti, l’incremento delle tariffe telefoniche e del costo delle connessioni ad internet, l’introduzione di nuove accise su prodotti di uso quotidiano come caffè, cioccolata, dolci, biscotti e gelati e, infine, dazi su prodotti agricoli d’importazione.

Tutte queste misure, sottolinea Sigilli, hanno avuto l’effetto di riaccendere “gli animi di una popolazione allo stremo, che risente del crescente divario tra un Nord vocato al turismo e un Sud rurale, lontano dagli standard minimi di sussistenza”. A gennaio, così, le piazze del paese da Tebourba a Kasserine, passando per Sidi Bouzid (il paese dove si immolò nel dicembre 2010 l’ambulante che diede inizio alla rivoluzione) si sono riempite di folle adirate per la sfilza di aumenti e rincari.

I guai della politica tunisina non finiscono qui. La titubante azione riformista del governo, e l’incapacità di  aggredire le cause del disagio popolare, hanno seminato la sfiducia nei maggiori partiti a tutto vantaggio dei gruppi salafiti-jihadisti che hanno visto accrescere la propria popolarità e i propri ranghi. A colpi di opere caritatevoli a beneficio delle classi più disagiate, questi movimenti godono oggi della riconoscenza e lealtà di migliaia di tunisini, prospettando un problema non da poco per un paese che ha fornito alla causa violenta dello Stato Islamico ben 6 mila combattenti.

Sono questi, dunque, i problemi che il nuovo presidente dovrà affrontare con urgenza, se vuole impedire il tracollo dell’unico Paese uscito dalla stagione delle primavere arabe con un successo rimasto tuttavia a metà del guado.

A sua disposizione, il nuovo capo dello Stato avrà almeno alcune cartucce con cui tentare il rilancio. La Tunisia in fin dei conti offre ancora opportunità straordinarie per gli investitori stranieri, che possono avvantaggiarsi di un costo del lavoro decisamente competitivo, con salari cinque volte inferiori a quelli europei.

Tra i paesi meglio posizionati di altri per approfittarne c’è senza dubbio l’Italia, secondo partner commerciale della Tunisia, secondo cliente e primo fornitore con una quota di mercato del 15,5% e un un interscambio bilaterale che nel 2107 aveva raggiunto i 5,6 miliardi.

L’Italia è presente sull’altra sponda con ben 850 aziende che vantano 63 mila addetti, pari ad un terzo dell’intera forza lavoro straniera. Tra i settori in cui siamo attivi grazie al presidio di grandi realtà come Eni, Ansaldo Energia e il gruppo Olimpia dei Benetton ci sono energia, edilizia, infrastrutture, componentistica automotive, banche, trasporti, meccanica, farmaceutica, turismo, e agroalimentare.

Alla luce di tutto ciò, come scrive Sigillo, per l’Italia, la Tunisia rappresenta una promettente “piattaforma produttiva e un trampolino verso i nuovi mercati maghrebini, subsahariani e mediorientali”.

Perché queste premesse possano svilupparsi, manca però un ingrediente essenziale come la stabilità politica. Dopo il ballottaggio di ottobre ne sapremo di più.

Marco Orioles

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