Conte alla Casa Bianca: vietato corteggiare l’anima populista del Tycoon

Messaggero Veneto
Lunedì 30 luglio 2018

La visita di Giuseppe Conte alla Casa Bianca avrà una valenza ben maggiore dell’incontro di circostanza che ogni presidente Usa offre al capo del governo italiano appena insediato. Il meeting tra Trump e il nostro premier servirà ad affinare la sintonia che si riscontra tra i due esecutivi su una lunga lista di materie. Le posizioni sovraniste del governo giallo-verde piacciono molto a Washington, che intravede la possibilità di trovare in Roma un partner nella lotta dichiarata alle istituzioni e agli accordi commerciali multilaterali. L’Italia condivide con gli Stati Uniti anche la volontà di aprire un nuovo capitolo diplomatico con la Russia, chiudendo la stagione conflittuale culminata con l’invasione della Crimea. Non è certo sfuggita a Trump la richiesta formulata da Conte, alla vigilia del G7 dello scorso giugno, di riammettere la Russia nel consesso dei Grandi della terra. Idem per la recente intervista di Salvini al Washington Post, nel quale il capo del Viminale ha ventilato l’ipotesi di riconoscere l’annessione russa della Crimea. La simpatia per Vladimir Putin è in questo momento il principale trait d’union tra le politiche estere di Italia e Stati Uniti, e potrebbe rappresentare la leva con cui mettere in piedi una special relationship da usare per bilanciare le inesorabili azioni di contrasto degli altri esecutivi europei. Ma se enfatizzare questo allineamento può rappresentare un elemento di orgoglio per il nostro governo, non è detto che procuri effettivi vantaggi, a noi come all’Europa, e nemmeno – nel lungo termine – agli stessi Stati Uniti. Così come preoccupa i nostri partner del Vecchio Continente, la politica protezionista della Casa Bianca non può che danneggiare un Paese esportatore come il nostro, e ovviamente l’Unione Europea. Più che assecondare un mercantilismo statunitense che rischia di provocare non pochi danni alla crescita economica globale, il nostro primo ministro dovrebbe astenersi dal rompere l’unità dell’Europa su un punto, come il commercio, in cui c’è più bisogno di stemperare le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico che di accentuarle. Più che sottolineare il comune afflato populista, nel nome del quale si intendono abbattere antiche consuetudini cooperative intraeuropee e transatlantiche, Giuseppe Conte dovrebbe ricordare a Trump che l’Europa non può che essere nel lungo termine un alleato strategico degli Stati Uniti. Certo, l’empatia tra i due leader rappresenta senza dubbio un asset per il nostro Paese, grazie al quale estrarre significative concessioni. L’Italia dovrebbe ad esempio chiedere agli Usa di riconoscere il nostro ruolo da protagonisti nel Mediterraneo centrale, dove l’America ha lasciato campo libero alle ambizioni della Francia di Macron. Sembra logico d’altronde che spetti a Roma e non a Parigi il compito di stabilizzare la Libia, visti i molteplici interessi dell’Italia nella sua ex colonia. In cambio di questo riconoscimento, l’Italia potrebbe offrire a Trump la riconferma del proprio impegno militare su due fronti caldi per gli Usa: Afghanistan e Iraq. Sebbene il contratto di governo faccia riferimento alla necessità di rimodulare le missioni militari italiane, facendo un passo indietro Conte otterrebbe un credito che potrebbe reinvestire in altre questioni, quali ad esempio l’esenzione dall’investire nel comparto difesa il 2% del Pil. Dalla partita che il nostro primo ministro giocherà a Washington dipenderanno tutta una serie di risultati che il nostro Paese potrebbe incassare per rendere più solida la propria posizione. Ma Conte deve resistere dalla tentazione di corteggiare l’anima populista di Trump: le conseguenze potrebbero essere devastanti e minacciare la tenuta dell’Europa e delle relazioni transatlantiche.

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