Tra Corea e Usa brividi atomici

Il Piccolo
Mercoledì 6 dicembre 2017

La “terza guerra mondiale a pezzi” denunciata a suo tempo da Papa Francesco è uno scenario che vede susseguirsi conflitti aperti a situazioni di scontro latente. Dei primi, il più sanguinoso è certamente quello siriano, ancora irrisolto dopo quasi sette anni di intensi combattimenti tra forze contrapposte. Ma tra le seconde ve n’è una che potrebbe sfociare in una conflagrazione totale, con la partecipazione di due superpotenze – gli Stati Uniti e la Cina – e l’uso niente affatto improbabile dell’arma finale: la bomba atomica. Stiamo parlando della penisola coreana, terreno in cui l’America di Donald Trump si sta misurando con la minaccia rappresentata dall’inquietante programma nucleare e missilistico del regime guidato dal dittatore Kim Jong-un. Barack Obama confidò al suo successore, prima del suo insediamento alla Casa Bianca, che il problema più acuto che il suo governo avrebbe affrontato sarebbe stato quello coreano. Previsione azzeccata: nel solo 2017, Pyongyang ha effettuato venti test missilistici e un test atomico. E in entrambi di casi la Corea del Nord ha palesato capacità sorprendenti. Il 3 settembre scorso, ha testato in una galleria sotterranea un ordigno termonucleare capace di sprigionare una forza esplosiva superiore ai 100 kilotoni, sette volte più delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Risale a martedì scorso, quindi, il test di un missile balistico intercontinentale, il Hwasong-15, capace di volare per 13 mila chilometri e di colpire così la capitale americana e tutte le altre città della costa orientale. Gli esperti non sono ancora certi che il regno eremita padroneggi la tecnologia con cui miniaturizzare una testata nucleare in modo da montarla sul vettore, o che quest’ultima sia capace di resistere alle altissime temperature che si sprigionano nella fase di rientro nell’atmosfera. Ma nella comunità d’intelligence e tra gli analisti vi sono pochi dubbi sul fatto che la Corea del Nord sia ad un passo dal raggiungere un traguardo storico: diventare una potenza nucleare con un arsenale che rappresenta una minaccia strategica per gli Stati Uniti. La possibilità di uno scambio atomico tra i due Paesi è tutt’altro che remota. Il clima nella penisola coreana è surriscaldato da dichiarazioni al vetriolo, con tanto di insulti reciproci da parte dei rispettivi leader, con il presidente americano che bolla sprezzantemente il suo avversario come “piccolo uomo razzo” e minaccia di scatenare “fuoco e furia”, e la controparte che fa altrettanto etichettando Trump come “vecchio rimbambito” da “domare col fuoco”. Ambedue i Paesi dichiarano apertamente di essere pronti a ricorrere alla forza, con gli Stati Uniti che ventilano ipotetiche “opzioni militari” e la Corea del Nord che si dice pronta a scatenare in tutta risposta l’olocausto nucleare. Logica vorrebbe che, in una situazione del genere, e con la minaccia incombente della distruzione totale, i toni si ammorbidissero, e subentrasse la ragionevolezza o, se non altro, la prudenza. Ma Donald Trump e Kim Jong-un non sono né ragionevoli né prudenti, con il primo che ricorre a Twitter per intimidire l’avversario e il secondo che indulge in una provocazione dietro l’altra. La crisi della penisola coreana si è ormai avvitata in una spirale fuori controllo, e può bastare una valutazione errata da parte di uno o ambedue gli attori in causa per finire nel precipizio. Non vi è, purtroppo, una facile via d’uscita. Se gli Stati Uniti pretendono la completa denuclearizzazione della Corea del Nord, quest’ultima non è disposta a rinunciare alla propria polizza d’assicurazione contro un’eventuale attacco da parte dei primi. Gli Usa perseguono ora una strategia di “massima pressione” nei confronti del Nord, che contempla l’accerchiamento diplomatico e l’imposizione di stringenti sanzioni volte a strangolare l’economia di Pyongyang, al fine di persuaderla a tornare al tavolo negoziale. Ma, come ha dichiarato il presidente russo Putin tre mesi fa, Kim Jong-un sarebbe pronto a far “mangiare erba” al suo popolo pur di non rinunciare al suo arsenale. A quanto pare, non sembra esserci facile soluzione che non sia rappresentata dall’uscita di scena di due leader che promettono di far rivivere al mondo l’incubo del fungo atomico.

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