Così Conte implora i suoi due prepotenti vice

Il Piccolo
Sabato 8 Giugno 2019

di Marco Orioles

Dopo la pagella con cui la Commissione Ue ha bocciato il quadro di finanza pubblica italiano e avviato, ritenendola asseritamente “giustificata”, la procedura d’infrazione per debito eccessivo, diventa chiaro il senso dell’iniziativa solitaria di lunedì scorso del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Con quella irrituale conferenza stampa, il premier non si è limitato a supplicare i suoi due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio di sotterrare l’ascia di guerra e ridare respiro all’azione di un governo e di un primo ministro costretti nulla più che a “vivacchiare”. Più del desiderio di essere rassicurato sul proprio destino di capo di un esecutivo inconcludente e traballante, il principale motivo per cui Conte ha richiamato all’ordine gli azionisti della maggioranza rimanda al suo auspicio di non essere”il primo premier italiano che subisce una procedura d’infrazione” e alla sua intenzione di disinnescare questa mina con una nuova trattativa con Bruxelles. La direttiva di Palazzo Chigi ricalca così quella emanata quando l’Italia gialloverde, varando in autunno una manovra in deficit, finì sotto il fuoco incrociato di Commissione e mercati. La richiesta fatta allora da Conte ai suoi vice di tapparsi la bocca per non intralciare il dialogo con Bruxelles (e non scatenare l’impennata dello spread e la fuga degli investitori dai nostri titoli di Stato) ebbe il suo peso nel persuadere la Commissione a essere indulgente nei riguardi delle misure di spesa, quota 100 e reddito di cittadinanza, imposte dai vicepremier. È dunque riproponendo uno schema che affida a lui e al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il ruolo di registi della trattativa con l’Europa, e relega i due azionisti di maggioranza nelle retrovie, che Conte vuole affrontare il nuovo braccio di ferro con i guardiani dei conti. Peccato che né Salvini né Di Maio si mostrino accondiscendenti e abbiano, anzi, deciso di andare all’attacco ricorrendo al consueto armamentario retorico sovran-populista, con il capo del Carroccio lesto a censurare “le regole europee” che “ti impongono di non dare da mangiare a tuo figlio” e il leader M5S pronto a sottolineare che l’Ue “ci chiede di togliere i soldi ai cittadini”. Che la strada verso una conciliazione con chi pretende da parte nostra il rispetto dei parametri finanziari sia tutta in salita lo dimostra, poi, la fermezza con cui l’altro ieri il Capitano leghista ha ribadito che “l’unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse”. Se la convinzione del nuovo dominus della coalizione legastellata è che la flat tax finanziata in deficit sia la panacea per far tornare a crescere il Paese e ridurre così il rapporto debito/Pil, c’è poco da stare tranquilli. Sullo sfondo incombe lo scenario cupo prospettato giovedì da Mario Draghi: con un livello del debito mai così alto, ha evidenziato il presidente della Bce, “un Paese perde sovranità perché l’ultima parola nel giudicare i conti pubblici è affidata ai mercati, istituzioni non elette, fuori dal quadro democratico”. Che il sovranismo gialloverde possa portare alla fine della nostra sovranità è la contraddizione che siamo tutti chiamati a contemplare. E che toglie il sonno al povero sedicente avvocato del popolo.

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