Crisi libica: là dove anche gli Usa lasciano il campo

Il Piccolo
Mercoledì 10 Aprile 2019

di Marco Orioles

La gravità della crisi in Libia è condensata nel video girato domenica da un telefonino che mostra un’imbarcazione anfibia dell’esercito americano approdare sulle coste della Tripolitania per evacuare in tutta fretta i propri uomini dislocati nel Paese. Una fuga dettata, ha dichiarato il capo del Comando Africano Usa, gen. Thomas Waldhause, da una “situazione della sicurezza” diventata “imprevedibile”. Impietosa, l’analisi delle forze armate più potenti del mondo la dice lunga sull’abisso in cui è precipitato, a partire dallo scorso giovedì, il Paese più instabile del Nordafrica. L’offensiva dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), creatura dell’uomo forte dell’Est, il generale Khalifa Haftar, punta al trofeo più ambito, Tripoli, ultimo fazzoletto di terra rimasto sotto il controllo del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Il potere esercitato dall’esecutivo guidato da Fayez al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale e sponsorizzato dal nostro Paese, è sfidato apertamente da colui che, oltre a toglierlo di mezzo, mira a unificare la Libia sotto il suo comando. Il calcolo di Haftar è lucido e spietato: dal suo feudo in Cirenaica, l’LNA ha compiuto questo inverno una travolgente avanzata nel Fezzan, il Sud puntellato dai pozzi di petrolio, circondando di fatto la Tripolitania dove spadroneggiano ancora i gruppi e le milizie islamiste di cui Sarraj è la foglia di fico. Nel nome della lotta all’islam politico, e al terrorismo jihadista che si abbevera alle sue medesime fonti dottrinali, Haftar punta ora a liberare la capitale. Lo fa contando sull’appoggio di quei Paesi (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto) che, dai giorni delle primavere arabe, sono in guerra aperta con il campo islamista. Sin dalla detronizzazione di Gheddafi, la Libia è diventata uno dei teatri dello scontro in atto nella Mezzaluna tra regimi ostili ad un ruolo politico della religione e forze che dall’appello all’Islam derivano i propri consensi. Haftar si sente così investito di una missione che non può che culminare, dal suo punto di vista, con la cancellazione manu militari della fragile esperienza del GNA. Frutto della mediazione esercitata dalle Nazioni Unite e culminata con l’accordo di Skhirat del 2015, il governo presieduto da Sarraj si è rivelato un esperimento condannato in partenza dalle profonde divisioni tra gli attori che quell’accordo doveva riconciliare. Questa è una realtà che la Francia ha capito da tempo: Emmanuel Macron si è speso non poco nell’offrire sostegno e legittimità alle aspirazioni di Haftar. Anche il nostro governo si è convertito ultimamente alla realpolitik, stabilendo quanti più ponti possibili con il campo del generalissimo. Un tentativo destinato però al fallimento: agli occhi di Haftar, Roma è troppo compromessa con le forze che si muovono all’ombra di Sarraj. Non sappiamo al momento se l’avanzata dell’LNA si concluderà con la presa di Tripoli. Ciò di cui possiamo essere certi è che, se ciò avverrà, la politica estera italiana – in piena continuità da Renzi a Gentiloni a Conte – avrà subito la più cocente delle sconfitte.

 

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