Europa in crisi d’identità

Il Piccolo
Mercoledì 27 dicembre 2017

I risultati delle elezioni catalane hanno confermato il quadro preesistente. I partiti indipendentisti hanno conquistato la maggioranza dei seggi, ma non dell’elettorato. I catalani sono ancora spaccati, e la causa secessionista non ha sfondato. Le tensioni degli ultimi mesi, le palpitazioni del referendum, la dichiarazione di indipendenza proclamata e sospesa, i provvedimenti giudiziari nei confronti dei fautori della Catalexit, l’auto-esilio del president Carles Puidgemont e dei suoi fedeli ministri, non hanno fatto guadagnare punti al sogno sovranista di Barcellona. Nelle prossime settimane capiremo come procederà la controversia tra i leader indipendentisti e il premier popolare Mariano Rajoy, che rimane ancorato sulla linea della fermezza e della difesa ad oltranza della Costituzione. Puidgemont ora invoca la trattativa con Madrid, ipotesi già rigettata da Rajoy. Tutto lascia intendere che lo stallo proseguirà, salvo un ripensamento da parte degli indipendentisti e il loro convergere verso soluzioni concordate con la Spagna e gli altri attori istituzionali. Staremo a vedere. Nel frattempo, dalle concitate vicende catalane possiamo trarre qualche insegnamento. A terzo millennio inoltrato, una logica s’impone nel mondo della politica di tutta Europa: quella dell’identità. Un fermento attraversa il Vecchio Continente e invero tutto il pianeta: quello che spinge gli individui e i gruppi organizzati a coagularsi, mobilitarsi ed avanzare rivendicazioni in nome di simboli ancestrali. Sociologi e antropologi ci insegnano che quanti si riconoscono in un’identità comune compiono, consapevolmente o meno, una doppia operazione: individuano degli (e si arroccano su) elementi che definiscono la propria identità, e li usano per contrapporsi a soggetti che non li condividono. Terra, radici, storia, tradizioni, costumi, stili di vita vengono aggregati a formare un tutto indistinto che caratterizzerebbe l’identità di un popolo e lo definirebbe per somiglianza, con chi ne fa parte, e per differenza, rispetto a chi è considerato estraneo. Questa logica è riconoscibile in numerose posizioni che occupano il centro del dibattito pubblico. I secessionisti catalani pretendono di staccarsi da un Paese da cui si sentono avulsi, in nome di una lingua, una storia e tradizioni peculiari. In Europa, numerose forze politiche – dal Front National francese di Marine Le Pen al Partito della Libertà (Fpö) austriaco di Heinz-Christian Strache, appena asceso al governo in coalizione coi popolari di Sebastian Kurz – presentano credenziali e programmi identitari. In Italia, un analogo meccanismo lo abbiamo visto in azione nel contesto della polemica sul presepe, fomentata in nome del duplice bisogno di marcare la continuità di una tradizione centrale nell’identità del popolo italiano e di respingere la presunta minaccia rappresentata da chi, come gli immigrati musulmani, non condivide quel simbolo e avanzerebbe la pretesa di espellerlo dallo spazio pubblico. Nel nostro come in altri Paesi, l’immigrazione appare il principale catalizzatore della politica dell’identità. È un tema che, più di altri, si rivela capace di unire e separare gli italiani, dividendoli lungo la linea dell’accoglienza sì, accoglienza no. È una frattura che viene alimentata dall’azione strumentalizzatrice di alcuni partiti, che canalizzano l’ansietà di alcuni segmenti della popolazione in direzione di un capro espiatorio, l’immigrato, inteso come colui che assomma in sé tutti i segni dell’estraneità e che, per questo motivo, non può accampare alcun diritto. In questo caso più che mai, la politica si rivela esercizio di irresponsabilità: una forza che, anziché trasmettere messaggi di unità, preferisce spaccare l’opinione pubblica. E per questo motivo che, affossando in Senato la legge sullo Ius soli, i partiti di governo hanno chiuso la XVII legislatura con un clamoroso errore. Hanno ritenuto di assecondare i sussulti di un movimento storico – quello dell’identità – che, come dimostrano i fatti di Catalogna, rischia di mandare in frantumi quanto di meglio la nazione ha saputo creare e porre a fondamento della nostra Repubblica: unità e solidarietà.

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