Femminicidio di Gradisca: la precarietà esistenziale

Il Piccolo
Venerdì 10 novembre 2017

Per la terza volta in un anno e mezzo, la nostra regione è costretta a fare i conti con l’incubo del femminicidio. Una scia che dal caso di Slavica Kostic, uccisa a Trieste dal marito Dragoslav il 24 aprile 2016, ha travolto poi la vita di Nadia Orlando, portata via lo scorso luglio dal fidanzato Loris Mazzega, e ora si abbatte sull’esistenza di Migena Kellezi, 30 anni, vittima l’altro ieri delle coltellate del marito Dritan Sulollari, cittadino italiano originario come lei dell’Albania. La violenza di genere è una piaga che genera in tutti noi sgomento e allarme. Se la morte per mano altrui è qualcosa che turba per definizione, quella procurata da chi infierisce sui corpi delle proprie mogli, compagne, fidanzate ci lascia interdetti, in cerca di una spiegazione che, spesso, arriva sotto una forma semplificata e quindi inaccettabile. Quel che appare, di primo acchito, il raptus di un momento, un attacco subitaneo di follia che spinge a compiere l’atto estremo, cela sovente radici recondite, schermate dietro vissuti complessi che, se non giustificano la violenza, aiutano a contestualizzarla. Il gesto di Dritan Sulollari, e le cause prossime e remote che l’hanno dettato, meriteranno una ponderata valutazione da parte dei magistrati. Questo è infatti è un delitto che, a giudicare dai dettagli emersi sin qui, è figlio del deragliamento di una traiettoria esistenziale segnata dal mutamento più che dalla stabilità, dal dramma piuttosto che dallo scorrere ordinario di una vita come tante. Nella parabola di Dritan c’è, anzitutto, il travaglio dell’emigrazione. Che rappresenta la cesura tra un prima che ci si lascia alle spalle e un poi caratterizzato dall’esperimento, com’è la vita in un contesto nuovo dove costumi, idee e abitudini diverse si impongono ad una mente già modellata, esigendone la riconfigurazione. Dritan sceglie, per passare dal vecchio al nuovo mondo, la modalità più rocambolesca: il viaggio col gommone, ostaggio di scafisti che, come lui stesso ha raccontato, “non si facevano scrupoli a gettare la gente in acqua”. Un’avventura che, col sapore del romanzesco, sottolinea la disperazione di un uomo alla ricerca di uno sbocco, la fuga dalla miseria alla ricerca di una speranza. La scommessa tuttavia paga, Dritan riesce nel suo intento. Dopo un breve periodo nell’illegalità, ottiene i documenti e trova un lavoro: cameriere nelle pizzerie, dove si fa stimare perché, come dicono i suoi ex datori di lavoro, “era molto bravo. Sapeva trattare con i clienti e non gli sfuggiva niente”. Alla gratificazione di un mestiere e di un salario, Dritan aggiungerà più tardi un altro traguardo, ambito da lui come da qualunque persona della sua età: la famiglia. È lo sbocco naturale di un cammino che ha trovato finalmente il suo centro di gravità, rappresentato dai turni di lavoro e dal ritorno nel focolare. Quella casa dove ad attenderlo c’è lei, Migena, la donna che lo accompagna e gli offrirà il dono più ambito: un figlio. Un bambino che è il coronamento di una vita di sfide e sacrifici, il segno più tangibile della stabilità conquistata. Ma i risultati, come molti di noi sono costretti a scoprire, sono spesso provvisori, revocabili. Tutto è contingente, niente è incrollabile. Anche le pietre miliari di Dritan, pertanto, si sgretolano, una dopo l’altra, travolgendolo. Il dramma subentra prima sotto la forma del licenziamento, simbolo di fallimento ed umiliazione che si accompagna a quella, cocente, di dover dipendere per la propria sussistenza dalle entrate della moglie. Scatta così, come testimonia il suo avvocato, la depressione, trappola sempre in agguato delle esistenze precarie che segnano il nostro tempo. Un precipizio che travolge, infine, anche l’ultima certezza: il matrimonio. Migena voleva la separazione, fa sapere il legale di Dritan. Un’eventualità cui, riferisce sempre l’avvocato, si era “rassegnato”. L’altro ieri, invece, abbiamo scoperto che non era così. Che Dritan quella ferita non la poteva sopportare. Per rifiutare il suo destino, ha scelto però di imboccare una via senza ritorno. Che ora gli toglieranno l’unica gioia rimastagli: l’amore del figlio.

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