Il califfo redivivo che grazie agli Usa potrebbe fare la fine di bin Laden

Messaggero Veneto
Mercoledì 1 Maggio 2019

di Marco Orioles

Otto giorni dopo le stragi di Pasqua in Sri Lanka, l’Isis ci mette il cappello mostrando in video il proprio capo supremo, l’autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi. II volto del terrorista più ricercato del mondo, con una taglia di 25 milioni di dollari sulla sua testa, riaffiora dopo una lunga assenza. L’ultima apparizione pubblica di al-Baghdadi risaliva infatti al luglio 2014. Le telecamere, allora, mostrarono il suo sermone tenuto dal pulpito della Grande Moschea di Mosul con cui fu ufficializzata la sua incoronazione a “comandante dei credenti” e la fondazione di un califfato sui territori appena conquistati in Siria ed Iraq. Fu l’atto di nascita di un nuovo Stato scaturito dal caos della guerra civile siriana e dai subbugli di un Paese, l’Iraq, dove il verbo jihadista ha avuto facile presa dopo l’invasione Usa del 2003. Cinque anni più tardi, quello Stato è stato cancellato dal combinato disposto dell’intervento della coalizione internazionale a guida Usa e dall’avanzata degli eserciti di Damasco e Baghdad. Ma la sconfitta territoriale dell’Isis non implica la scomparsa di un movimento che vanta ancora una leadership saldamente al comando, migliaia di reduci, una cassaforte con oltre trecento milioni di dollari e un numero imprecisato di affiliati e simpatizzanti che, sparsi in un immenso arco geografico che dall’Africa arriva all’Asia, possono colpire ovunque e in qualsiasi momento. Esibire al-Baghdadi ora vuole significare proprio questo: che la guerra santa proclamata dal califfo contro crociati, miscredenti e chiunque non si sottometta alla dottrina estrema dell’islam jihadista-salafita va avanti nonostante le circostanze avverse. Gli attacchi suicidi in Sri Lanka sono stati pianificati e portati a termine anche, se non soprattutto, per mostrare al mondo intero che la sfida islamista prosegue ed ha portata e ramificazioni globali. Nel video diffuso lunedì, il capo dell’Isis inquadra gli attentati come un assaggio della “vendetta” per le sconfitte patite nel villaggio di Baghouz, l’ultima enclave del califfato espugnata a marzo dalla coalizione Usa. Si tratta, spiega al-Baghdadi, di un nuovo atto di quella “lunga battaglia” che l’Isis lanciò ormai tre lustri fa per trasformare in realtà l’utopia, alimentata da generazioni di ideologi radicali, di un islam di nuovo onnipotente sulla scena della storia e capace di dettare legge su società moralmente corrotte. Se dobbiamo prestar fede alle parole del califfo redivivo, e trarre un insegnamento dalle bombe di Pasqua, dobbiamo concluderne, purtroppo, che “il jihad continuerà fino al Giorno del Giudizio”. Se rivolgiamo invece i nostri sguardi speranzosi all’America, che nella caccia alla primula rossa del jihadismo globale ha messo in campo le poderose risorse della Cia e le temibili unità speciali dell’esercito come la Delta Force e i Navy Seals, ci consoleremo pensando che, presto o tardi, l’architetto dell’eversione stragista nel nome dell’islam radicale uscirà di scena come già avvenne per il suo predecessore, Osama bin Laden.

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