Il caso Cambridge Analytica

Il Friuli
Venerdì 6 aprile 2018

Ci ha pensato lo stesso Mark Zuckerberg, patron di Facebook, a rivelare le proporzioni e la gravità dello scandalo Cambridge Analytica. È andata così. Qualche anno fa, una società terza aveva concordato l’installazione di una applicazione sulla piattaforma social di Menlo Park. Col tempo, questa app è riuscita a ricavare (“sifonare”) i dati di 51 milioni di utenti Facebook, dati che sono stati poi usati per fini elettorali, in particolare per la campagna presidenziale americana del 2016. Cambridge Analytica aveva dunque accesso a quanto di più intimo noi proiettiamo su Facebook: la nostra cerchia di amicizie, i gruppi che frequentiamo, i gusti, le preferenze, gli stati d’animo, i desideri. Tutte informazioni preziose – e in teoria coperte da riservatezza – con cui sono state costruite campagne promozionali mirate, i cui messaggi cioè sono stati costruiti su misura delle caratteristiche dei destinatari, con l’ovvio intento di attirarne l’attenzione e condizionarne le scelte. Il sospetto, in particolare, è che in una competizione ravvicinata qual è stata quella tra Hillary Clinton e Donald Trump, i trucchi di Cambridge Analytica siano riusciti a spostare quel numero di voti necessari per far vincere alle urne il tycoon. Non vi è dubbio che gli ultimi mesi sono stati da incubo per il social più popolare della terra. Quest’autunno abbiamo scoperto gli altarini del Russiagate, venendo a conoscenza che 121 milioni di americani hanno visionato post propagandistici dai toni incendiari acquistati da collaboratori del Cremlino sempre con il proposito di spostare l’ago della bilancia elettorale in favore di Donald Trump. Ora scopriamo che ci sono società di consulenze terze che possono avere accesso ai nostri dati personali e bersagliarci impunemente con la loro pubblicità. La via d’uscita da questo marasma sta in un mea culpa da parte di Facebook e nella messa a punto di un codice di autoregolamentazione che impedisca che quanto è accaduto si ripeti. Facebook è uno spazio che dovrebbe essere adibito alla libera discussione e allo scambio di idee. Se si trasforma in un’arena propagandistica in cui l’opinione pubblica è segmentata a seconda delle preferenze o degli stili di vita, il risultato è solo quello di creare delle “bolle” informative dentro Facebook in cui i messaggi che raggiungono qualcuno non raggiungono l’altro e viceversa, e le discussioni avvengono solo tra persone che la pensano allo stesso modo. Sarebbe ingenuo naturalmente pensare che Facebook possa rinunciare a quegli strumenti che gli permettono di fare un fatturato miliardario. Ma un conto è vendere pentole, altro è decidere l’inquilino della Casa Bianca.

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