Il diritto di “bivaccare”

Il Piccolo
Martedì 22 agosto 2017

Causa “bivacco” sul sagrato della chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo a Trieste, due richiedenti asilo sono stati sanzionati dalla Polizia locale. È quanto consegue ex articolo 9, secondo titolo, comma uno e lettera O del nuovo regolamento comunale di Polizia urbana, che sancisce “il divieto di sdraiarsi a terra o bivaccare nelle strade, nelle piazze, sui marciapiedi, sotto i portici, nei pressi degli edifici di valore storico e monumentale e sui relativi accessi”. Non vi era scampo, dunque, per i malcapitati, rei di aver trasgredito il nuovo comandamento. Regola ferrea, studiata – ci dicono – per garantire alla cittadinanza il rispetto del decoro. Attenzione, però: la sanzione potrebbe venir meno a causa della motivazione addotta dai due pakistani. Uno di essi è infatti reduce da una caduta, testimoniata dal referto di una recente visita ortopedica. L’infortunato, e il suo amico, avrebbero dunque una giustificazione per presentare ricorso. Ma quanto importa l’eccezione, di fronte alla regola? Domandiamocelo, poiché il dibattito scaturito ai tempi dell’approvazione del regolamento merita una coda. I quesiti da porre sarebbero numerosi, a cominciare dal seguente: cos’è un bivacco? Chi può distinguere tra una legittima sosta, una stazione lungo un cammino, e l’indugiare ingiustificato presso uno dei siti scrupolosamente menzionati dal regolamento? Ma soprattutto, è davvero un’offesa al decoro, una trasgressione delle norme socialmente ammissibili, trattenersi senza motivo apparente in un contesto urbano, dove sono innumerevoli le aree che suggeriscono un break, una breve meditazione, una pausa per un’affabile chiacchierata in compagnia? Le città sono fatte per essere fruite in ogni dimensione che le loro strutture mettono a disposizione. Le si può attraversare con lo sguardo all’insù, per scrutare le loro bellezze architettoniche, o con gli occhi fissi sul cellulare, come accade ai giorni nostri. Ma come resistere alla tentazione di un intervallo, per meglio assaporare ciò che ci sta intorno? Chi ha disegnato le forme che delineano palazzi, chiese, portici ha sempre tenuto conto di questo fattore. Gli spazi urbani sono un tessuto organico, che armonizza linee verticali ed orizzontali, in mezzo alle quali ci sono innumerevoli punti che si prestano al più naturale dei comportamenti umani: il riposo. Riposo che può anche essere creativo: una pausa per meglio riflettere su, o condividere col prossimo, quanto si è visto, sentito, provato in cuor proprio. Vi è da scommettere che l’intenzione di chi ha approvato quel regolamento non fosse criminalizzare queste abitudini così connaturate all’esistenza umana. Ma quale ragione, allora, ha spinto le nostre istituzioni a inserire quella norma? Vi è il legittimo sospetto che essa sia stata studiata per prendere di mira un gruppo ben preciso: i migranti. Nella presunzione che essi, notoriamente sfaccendati, tendano ad abusare del bene comune rappresentato dagli elementi dello spazio urbano. Il vicesindaco assicura che no, non è così: “la nazionalità dei trasgressori”, spiega, “non è un particolare importante ai fini della sanzione, che viene data in base al comportamento e non alla provenienza geografica”. Ma allora, non bastava una norma che stabilisse che in città è obbligatorio “circolare”? L’ironia si può sprecare, di fronte ad un interdetto simile. Perché che i destinatari siano i migranti nello specifico, o l’universalità della popolazione, questa regola offende il buon senso. Quel buon senso che ogni abitante o avventore di una città distilla, passo dopo passo, nel suo peregrinare “nelle strade, nelle piazze, sui marciapiedi, sotto i portici, nei pressi degli edifici di valore storico e monumentale”. Il buon senso suggerisce, specialmente ai più fragili e agli anziani, di alternare cammino e riposo, e non sempre per quest’ultimo è immediatamente disponibile una panchina. Il buon senso ci ricorda che vi sono categorie, come i giovani, che esprimono sé stessi coagulandosi in gruppi che amano “bivaccare”. Si pretende forse che tutte le attività sociali si svolgano entro spazi chiusi? Lo si dica, e si prendano provvedimenti, aumentando i finanziamenti a circoli culturali ed associazioni e incentivando l’apertura di nuove sedi. Purché siano immediatamente accessibili, attrezzate e soprattutto aperte a chiunque, migranti compresi.

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