Il premier Conte e la commedia del populismo

Il Piccolo
Domenica 3 Febbraio 2019

Sfidando la legge di gravità, il premier Giuseppe Conte dichiara alla trasmissione di Raidue “Povera Patria” che ci sono “tutte le premesse per un bellissimo 2019”. Convinto che ci siano “tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini”, l’avvocato del popolo spiega che il governo ha “un programma di ripresa incredibile” che lui e i suoi colleghi perseguiranno con “tanta determinazione”. Parole in libertà che arrivano dopo la divulgazione dei dati Istat, che hanno certificato l’ingresso del nostro Paese nella recessione “tecnica”. Un tonfo, quello del Pil, che perde lo 0.2% nel quarto quadrimestre 2018 e finisce per assegnare all’Italia un titolo poco invidiabile: siamo l’unico Paese del G7 e dell’eurozona che non cresce più. Mentre nazioni vicine come Francia e Spagna incassano, sul fronte della crescita, risultati più che dignitosi, noi rimaniamo al palo. Ma Conte, seguendo il copione della narrazione gialloverde che si è spinta a proclamare l’imminenza di un nuovo boom economico, tergiversa. Lasciando al suo ministro dell’Economia il compito di dire la verità. Da New York, Giovanni Tria ha ribadito un concetto che aveva ripetutamente sottolineato nei mesi roventi del negoziato con Bruxelles sulla manovra e delle turbolenze finanziarie che accompagnarono il braccio di ferro sui “numerini” dei nostri conti pubblici. A detta dell’inquilino di via XX Settembre, è urgente “creare un clima di fiducia, in modo che le imprese possano riprendere gli investimenti e il Paese riesca ad attrarre capitali dall’estero”. Tria smentisce insomma il suo primo ministro, per il quale la fiducia nel nostro sistema-Paese c’è già ed è tale da consentirgli di pronosticare un ritorno alla crescita nella seconda parte dell’anno. Ossia, quando le misure bandiera di questo governo – reddito di cittadinanza e quota cento – avranno messo in moto la “ripresa incredibile” da lui annunciata con spericolato ottimismo. Ma il calcolo di Conte e dei suo vicepremier risulta quanto meno azzardato. Non solo perché l’effetto moltiplicatore sul Pil delle nuove misure di spesa decise nella legge di Stabilità sarà, come ha rilevato tra gli altri Carlo Cottarelli, risibile. Ma, soprattutto, perché la fiducia riposta nel nostro Paese da imprese, investitori e risparmiatori, quella che Tria considera al momento deficitaria, è dallo scorso 4 marzo a livelli allarmanti. Lo spread, che di quella fiducia è termometro affidabile, è oggi superiore di 120 punti rispetto al dato della vigilia delle elezioni politiche. Colpa, tra le altre cose, della guerriglia permanente tra le forze di maggioranza che ammanta di incertezza l’azione di governo. E della conseguente incapacità dell’esecutivo di esprimere una posizione coerente sui dossier più importanti di politica nazionale, Tav in primis, ed internazionale, vedi il balletto sul riconoscimento del leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó, acclamato da tutta l’Europa con la vistosa eccezione dell’Italia. Una commedia, quella del populismo italico, che un Paese in recessione non può più permettersi.

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