Il rimpasto? È la scorciatoia gialloverde

Il Piccolo
Lunedì 31 Dicembre 2018

Incassato tra i tumulti il via libera alla manovra, il governo gialloverde sembra ora avviato verso il suo primo rimpasto. Lo ha fatto intuire, non senza rinunciare alla sua programmatica ambiguità, il primo ministro alla conferenza stampa di fine anno. “Se fosse prospettato”, ha dichiarato ai reporter Giuseppe Conte, “lo valuteremo. Spero sia condiviso, che non destabilizzi”. Non è un mistero, d’altra parte, che molti esponenti dell’esecutivo grilloleghista ballino. La poltrona più precaria è senz’altro quella del titolare dell’Economia, Giovanni Tria. Dell’uomo cioè che a maggio era stato reclutato in tutta fretta dopo che il Quirinale aveva posto il suo veto alla nomina dell’economista voluto da Matteo Salvini, Paolo Savona, rigettato per le sue idee non proprio ortodosse sull’Europa e sull’euro. Da allora, per Tria è cominciato un cammino lastricato di ostacoli e sgarbi. Ha cominciato Rocco Casalino, il portavoce di Palazzo Chigi, minacciando l’epurazione dei tecnici del Tesoro che avrebbero osato ostacolare il progetto grillino del reddito di cittadinanza. Pressioni che hanno avuto il loro effetto mesi dopo, quando – quando il governo ha ottenuto il placet della Commissione Europea alla manovra – ha rassegnato le dimissioni Roberto Garofoli, capo di gabinetto di via XX Settembre. Un gesto che la dice lunga sul clima di intimidazioni in cui si è consumata la stesura della legge di Bilancio. Tria ora si trova così ancora più solo in un governo che ha fatto di tutto per calpestare quelle leggi dell’economia che il ministro ha insegnato per quarant’anni dalla sua cattedra romana. La tentazione di lasciare, per Tria, era già forte quando, il 27 settembre, il Consiglio dei Ministri ignorò le sue direttive e annunciò una manovra con un deficit che violava palesemente le regole comunitarie di bilancio. La sua fibrillazione si è acuita, quindi, nel momento in cui i due vicepremier affidarono a Conte, e non a lui, il compito di trattare con la Commissione Europea. L’ennesima umiliazione, che per di più lo ha delegittimato dinanzi ai colleghi europei. Ora che il governo ha accettato di riportare il deficit al livello che lui stesso aveva originariamente indicato, Tria può gustare il sapore amaro di una vittoria postuma. E lasciare, finalmente, un posto che è stato per lui avaro di soddisfazioni. L’altro Ministero che potrebbe conoscere un cambio al vertice è quello delle Infrastrutture, attualmente retto dal gaffeur seriale Danilo Toninelli, in odore di scomunica da parte della Casaleggio Associati. A Toninelli sarebbe così risparmiato l’ingrato compito di fare da parafulmine quando la famigerata analisi costi-benefici sarà conclusa e si pronuncerà il verdetto finale sulla Tav. Altra grana per i gialloverdi che, con la scorciatoia del rimpasto, sperano di superare indenni la prova. Ma come insegna la storia repubblicana, la pratica non mette necessariamente ai ripari dai guai a venire. Prepariamoci ad un anno nuovo scoppiettante e pieno di colpi di scena.

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