Il rischio estremismo resta una minaccia. Mai abbassare la guardia

Messaggero Veneto
Martedì 15 maggio 2018

L’ultima espulsione dal territorio nazionale per motivi di terrorismo – la n. 280 dal 2015 – è avvenuta ieri a Udine. Ha avuto come protagonista uno studente trentenne di origine egiziana, fattosi notare dagli investigatori per aver manifestato segnali di radicalizzazione religiosa. Non è la prima volta che Udine si trova al centro di un’indagine per estremismo. Nella stagione dello Stato islamico vi sono state più indagini che si sono intrecciate con il capoluogo friulano, portando a diversi provvedimenti giudiziari e anche ad un’espulsione che nel 2015 riguardò il kosovoaro Meivat Kokora, frequentatore del centro islamico di via San Rocco. Al lettore che si chiederà come mai questa scia si allunghi sino ad oggi, quando lo Stato islamico è stato sgominato nelle sue roccaforti siro-irachene, bisogna rispondere che il problema è risolto solo a metà. Le forze alleate hanno cancellato il califfato, regno utopico costruito col sangue dai seguaci del capo dello Stato islamico, Abu Bakr-al Baghdadi. Dopo una campagna di quattro anni di bombardamenti, le squadracce dalle bandiere nere che imperversavano nelle plaghe di Siria ed Iraq non ci sono più. I territori dove vigeva il terrore islamista, con le pene per i devianti e i peccatori comminate sulla base delle interpretazioni più radicali del Corano, sono stati restituiti ai legittimi proprietari. Lo Stato islamico, tuttavia, non è stato sconfitto. Perché lo Stato islamico, prima ancora che essere uno Stato, è un movimento fondato su un’ideologia. Un’ideologia che attinge i suoi riferimenti ai testi sacri per tutti i musulmani e li piega affinché si adattino ad una visione del mondo guerriera e spietata, che promette trionfo e conquiste. È un’ideologia che durante la guerra civile siriana ha sedotto decine di migliaia di persone, arruolatesi nelle milizie del califfo. E che oggi, esaurita l’esperienza del califfato, continua ad ammaliare giovani e meno giovani delle comunità islamiche di mezzo mondo. Il jihadismo è una dottrina che attira a sé numerosi seguaci perché promette l’esperienza entusiasmante di combattere contro i poteri costituiti per rifondare il mondo a immagine e somiglianza del Corano. È un magnete per tutti i musulmani che coltivano già idee integraliste, che trovano nel jihadismo la via con cui realizzare i propri sogni più reconditi. Ma è, soprattutto, una calamita per innumerevoli giovani in cerca di avventura, di metodi drastici di autorealizzazione, di strumenti e suggerimenti per realizzare gesta memorabili. Ora che il califfato non c’è più, e non può più attrarre sul proprio territorio volontari che contribuiscano alla sua causa, il pericolo per noi non è diminuito, ma è aumentato. Perché i soggetti che si sono fatti sedurre dall’ideologia jihadista non hanno altra scelta, per farsi notare, che tentare il colpaccio in casa nostra. Da problema eminentemente militare, il jihadismo è diventato un problema colossale di sicurezza pubblica, che richiede alle nostre autorità di predisporre un poderoso sistema di sorveglianza e presidio del nostro territorio, onde scovare prima che sia tardi coloro che stanno coltivando progetti eversivi. Anche stavolta sembra essere andata così: gli investigatori hanno arrestato per tempo la parabola di chi, probabilmente, avrebbe potuto trasformarsi in un lupo solitario desideroso di mettere a segno un attacco simile a quelli che hanno insanguinato l’Europa in questi ultimi anni. La lezione da trarre da questo episodio è dunque che siamo tutto sommato fortunati ad avere degli angeli custodi nelle nostre istituzioni che monitorano costantemente la situazione e intervengono prontamente alla prima avvisaglia di pericolo. L’Italia, come sappiamo, è stata risparmiata dall’ondata di attentati che abbiamo visto dispiegarsi in Occidente dal 2014. Fortuna, certo, ma soprattutto abilità e competenza da parte delle nostre autorità, che il loro lavoro lo conoscono bene e sanno dove e cosa cercare. Ma non bisogna abbassare la guardia. Perché le condizioni che hanno portato alla fondazione del califfato sono ancora tutte operative. La radicalizzazione religiosa – il processo secondo cui un normale fedele assume idee estremiste, incluso il ricorso alla violenza, in materia di fede – è una realtà che continua a operare nelle comunità islamiche di tutto il continente. Si tratta in parte di una reazione alla modernità imperante: alcuni musulmani non tollerano le libertà che la nostra società si è data e sono disposti a impegnarsi in prima persona per cancellarle. Lo fanno prima interamente alla propria comunità, raggruppandosi in ghetti dove non vi è posto per alcun segno della cultura del paese di accoglienza. Ma in casi limitati, l’odio per la società occidentale porta ad aderire a movimenti che promettono la gloria e il paradiso in cambio di gesti eclatanti che contemplano il dare e procurarsi la morte. Probabilmente non sapremo mai se lo studente arrestato ieri aveva già ordito il suo piano, ma siamo sollevati dal sapere che c’è chi ci protegge anche da queste eventualità.

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