Importare i talenti

Messaggero Veneto
Venerdì 2 febbraio 2018

Ha fatto bene Paolo Ermano nel suo editoriale di mercoledì a ricordare che senza immigrati il sistema Friuli non ce la fa. È un’argomentazione sensata, che poggia su più fattori. Con il tasso demografico esangue, e il mancato ricambio della popolazione, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia sono destinati a diminuire. Decrescerà, conseguentemente, il livello di ricchezza prodotta. Fino ad oggi, gli immigrati hanno funto da valvola da compensazione, introducendo elementi che il sistema non produceva più e permettendo un certo equilibrio. Ma questo sistema idraulico non fotografa bene la situazione di un’economia avanzata. Un’economia avanzata come la nostra richiede lavori sia di alta che di bassa qualificazione. Per i secondi, c’è sempre stato tradizionalmente il bacino degli immigrati,. Per le seconde, invece, l’Italia soffre da tempo di una condizione di “labor shortage”: mancano le figure richieste dalle imprese. Operai tecnici o specializzati, ingegneri e informatici, professionisti in campo scientifico o tecnologico. Queste figure sarebbero pagate a peso d’oro dalle aziende se solo potessero individuarle in un mercato del lavoro che opera ancora in condizioni anacronistiche. Di qui l’auspicio di una revisione del sistema che forma i giovani e li avvia al mondo produttivo. Una revisione che non può che partire dalle nostre università, che nonostante gli scatti d’orgoglio degli ultimi anni non sembrano ancora essere un’istituzione rispondente alle esigenze della nostra economia. Abbiamo bisogno di importare talenti anche dall’estero, e con l’emorragia di giovani laureati che emigrano in altre nazioni non siamo messi nelle migliori condizioni. La strategia più lungimirante sarebbe investire sui giovani che già sono inseriti nei sistemi scolastici, con – questa la mia modesta proposta – programmi specifici per gli allievi stranieri. I giovani figli di immigrati sono più che manodopera destinata ad essere immessa nei sistemi produttivi. Sono i perfetti ambasciatori del made in Italy nei paesi di origine dei genitori e viceversa. Valorizzare i loro talenti naturali, le lingue, le familiarità con le culture, permetterebbe di sfornare una generazione di operatori economici che realizzerebbero preziosi ponti tra l’Italia e i paesi delle rispettive diaspore. Sarebbe un ottimo modo per aumentare la circolazione dei prodotti, dei saperi e della logistica friulani e per interconnettere le economie. In Friuli abbiamo centinaia di migliaia di ragazzi che sarebbero lieti di vivere la loro doppia appartenenza in modo produttivo, facendo da tramite tra l’economia italiana e quella dei paesi di origine. Per trasformare in realtà un’idea del genere non occorrono nemmeno investimenti faraonici. Occorre fare tesoro di ciò che già c’è, sfruttare al meglio le strutture e il personale formativo disponibili, e mettere in moto un processo che coinvolga Regione, Camere di commercio, Associazioni di Artigiani e Piccole Imprese, il Ministero degli Esteri e li metta in relazione con il maggior numero di interlocutori esteri. Troveranno orecchie ricettive, perché per questi paesi i loro emigrati sono – come per noi – una risorsa. Se possiamo far produrre queste risorse a beneficio di tutti, tanto meglio.

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