Iran: la sfida dei giovani alla rivoluzione khomeinista

Venerdì 19 gennaio 2018

Lo scoppiare delle rivolte di capodanno in Iran mette in una posizione difficile il presidente Hassan Rouhani. Pressato dai duri e puri del regime, che non possono tollerare una sfida alla legittimità della rivoluzione, il presidente è anche l’osservato speciale della comunità internazionale. Che per bocca dei suoi leader, come ll’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue Federica Mogherini, ha intimato a Teheran di non toccare i manifestanti.
È un dilemma, quello che i vertici della Repubblica Islamica devono affrontare nelle prossime settimane. Devono misurarsi con un movimento che, cominciato con una protesta per le difficili condizioni economiche, le politiche di austerity del governo, e la corruzione endemica in un sistema dirigista fin nel midollo, ha ora assunto la fisionomia di una sollevazione contro l’intero apparato del regime. La giovane età delle persone arrestate, la maggior parte delle quali con vent’anni o poco più sulle spalle, la dice lunga sulla rottura del precario equilibrio su cui si regge la rivoluzione khomeinista, mal tollerata da una popolazione composta per la maggior parte da ragazzi e ragazze insofferenti nei confronti di un sistema che esige lealtà assoluta e dirotta gran parte delle sue risorse verso le fondazioni islamiche, risparmiate dalla stretta fiscale imposta dall’ultimo bilancio siglato da Rouhani due mesi fa. L’aspettativa popolare di una ripresa economica, innescata dalla caduta delle sanzioni seguita all’accordo sul nucleare del luglio 2015, si è infranta dinanzi alla disoccupazione crescente – 12,8% il dato ufficiale, ma la vera cifra è assai superiore – e alle montanti disuguaglianze economiche, che non toccano i privilegi dei mullah. La protesta per il malessere economico, e per il tradimento della promessa di una uscita dal tunnel della crisi fatta da Rouhani in campagna elettorale, si fonde ora con il fiume carsico dell’opposizione ad un sistema islamico che lo stesso presidente si era impegnato a rendere più dolce. Pochi giorni prima delle rivolte, aveva fatto il giro del mondo la notizia secondo cui, d’ora in poi, le donne che violano il dress code islamico non saranno più arrestate. Un progresso, senz’altro, ma a metà, perché, sia pur rimuovendo la pena del carcere, ribadisce l’obbligatorietà del velo, simbolo di un’ortodossia imposta dall’alto che mal si concilia con l’anelito di libertà di un popolo più occidentalizzato di quanto il regime sia disposto ad ammettere. Appare più che una coincidenza, in questo senso, l’arresto effettuato lo stesso giorno in cui gli iraniani hanno cominciato a scendere in piazza della ragazza senza velo che, in un affollato marciapiedi di Teheran, era salita su un piedistallo brandendo un bastone con, in cima, il suo hijab. Una protesta silenziosa ma efficace.

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