La crisi dell’Europa e l’assedio sovranista

Il Piccolo
Giovedì 5 luglio 2018

Quo vadis, Europa? La crisi esistenziale del Vecchio Continente si aggrava ogni giorno di più. L’assedio sovranista ai pilastri della costruzione europea è palese e impone un sussulto di orgoglio, per tentare di salvare ciò che resta di quell’edificio che in sessant’anni ha assicurato a tutti pace, benessere, sicurezza e libertà. Benefici innegabili, ma che i movimenti e partiti sovranisti tendono ad ignorare, impegnati come sono a seminare paura tra i cittadini e zizzania tra le capitali europee. Ciò a cui assistiamo da qualche tempo a questa parte è il tentativo di smantellare, pezzo dopo pezzo, la tela che gli europeisti di tutte le scuole e provenienze hanno faticosamente filato, battaglia dopo battaglia, trasformando in realtà ciò che appena tre generazioni fa sembrava un’utopia. Un’Europa senza confini, regole comuni, una fitta rete di scambi commerciali e culturali: tutto ciò è messo in discussione dall’incedere, inarrestabile, di un pensiero che, da Vienna a Parigi, da Monaco di Baviera a Budapest, conquista fette consistenti di elettorato, sedotto da parole d’ordine affilate quanto demagogiche. L’immigrazione è al tempo stesso la causa ed il bersaglio privilegiato di questo ribollire di umori e sentimenti illiberali. Nonostante il suo attenuarsi da due anni a questa parte, l’emergenza migranti ha fornito ai sovranisti di tutte le risme le cartucce con cui prendere di mira le politiche di accoglienza varate dai governi europei a fronte dei flussi migratori in arrivo da Sud e da Est. Flussi che, ripetiamo, sono crollati, facendo registrare – per citare il dato del nostro Paese – un sonante -80%. Tuttavia, anziché logorare la retorica dei partiti neo-nazionalisti, questo risultato ne ha paradossalmente aumentato la popolarità, rendendo ineludibili le domande che ne conseguono: com’è possibile che 45 mila arrivi (dato dei primi sei mesi del 2018) mettano in agitazione oltre cinquecento milioni di cittadini europei? Può il fenomeno migratorio, che in altri momenti della storia occidentale è stato affrontato con lucidità e lungimiranza, cancellare quei principi di umanità e solidarietà che dovrebbero costituire il capitale permanente di nazioni civilizzate? Com’è potuto accadere che l’Unione Europea, che fino a poco tempo fa ritenevamo essere l’orizzonte definitivo della nostra convivenza, si trasformasse nel nemico numero uno? Se ogni cosa, nella vita degli uomini, è caratterizzato da provvisorietà, dobbiamo chiederci come mai quelle conquiste che credevamo acquisite stiano scricchiolando sotto i colpi della ruspa di Salvini e dei suoi alleati europei come Viktor Orbàn e Sebastian Kurz. Dobbiamo chiederci perché l’arrivo sulle nostre sponde di una massa facilmente gestibile di dannati della terra abbia mutato l’agenda politica di una crescente serie di governi, più preoccupati di stendere un cordone sanitario a difesa dei confini che di garantire la crescita economica e la sostenibilità dei nostri sistemi di welfare. Non è da prendere sotto gamba l’annuncio fatto sul prato di Pontida da Salvini di voler costituire la “Lega delle Leghe”, la famosa internazionale populista auspicata dall’eminenza grigia dell’attuale presidente americano, Steve Bannon. Si tratta di una sfida che non va sottovalutata, ma affrontata di petto da ciò che rimane dei partiti di ispirazione popolare e liberale d’Europa. Le elezioni per il Parlamento di Strasburgo, primo banco di prova della creatura transnazionale che il leader del Carroccio tenterà di plasmare, sono alle porte. Potrebbe essere l’ultima chance per preservare ciò che abbiamo di più caro, dalla libertà di circolazione nello spazio Schengen alla mentalità aperta e cosmopolita che ha animato tante generazioni di europeisti. Per quanto riguarda l’Italia, le attuali opposizioni al governo giallo-verde sono avvisate: se vogliono sopravvivere, e garantire la preservazione dei valori e principi che sono in antitesi all’afflato sovranista, dovranno necessariamente fare fronte comune. Se saranno all’altezza, se sapranno mettere da parte le differenze in nome di questa causa urgente, hanno una chance di invertire l’attuale china. Diversamente, saranno condannati alla sconfitta e all’irrilevanza. E a far assistere tutti noi al tramonto, cupo e inquietante, del sogno dei nostri padri fondatori.

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