La fuga del tycoon abbandona i curdi nel mano del sultano turco

Il Piccolo
Venerdì 21 Dicembre 2018

L’annuncio arriva attraverso il consueto tweet di Donald Trump: giacché l’Isis è stato sconfitto, gli Stati Uniti ritireranno le loro truppe dalla Siria. Contro la volontà del Pentagono, per il quale gli jihadisti, sebbene ridotti al lumicino, rappresentano ancora una minaccia per la stabilità e la sicurezza delle zone liberate dal flagello delle bandiere nere. Ma il presidente, che ha già promesso più volte il ritorno dei soldati, non vuole sentire ragioni. Ed è pronto ad abbandonare il terreno scaricando quegli alleati curdi-siriani che con tanto valore hanno combattuto e sconfitto lo Stato Islamico nelle sue roccaforti. Lasciandoli, così, in balia della Turchia, che considera i curdi dei “terroristi” ed è pronta a lanciare un’offensiva militare nel nordest della Siria per costringerli a mollare la presa sul territorio da essi strappato ai tagliagole. Se dal cinguettio presidenziale si passerà ai fatti, si rischia di rimettere in subbuglio una regione dove lo spettro della guerra è ancora incombente e la minaccia del terrorismo tutt’altro che eliminata. Nato dai tumulti della guerra civile siriana, il progetto del califfato è stato sì sradicato – oggi meno dell’1% dei centomila chilometri quadrati conquistati dagli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi resiste – ma i suoi protagonisti sono ancora vivi e vegeti, pronti a colpire con le loro cellule dormienti disseminate in mezzo ad una popolazione che non ha smesso di sostenere le idee eversive dell’islam radicale. Ritirare ora le truppe non significa solo lasciare il lavoro a metà. Significa, soprattutto, lanciare il messaggio sbagliato di un disimpegno americano da una regione, il Levante, cruciale per gli equilibri dell’intero Medio Oriente. Un Medio Oriente che è oggi piagato dalla guerra inter-islamica tra il campo sunnita guidato dall’Arabia Saudita e il cosiddetto “asse della resistenza” capitanato dall’Iran sciita. Due schieramenti che proprio in Siria si sono misurati attraverso le interposte forze delle milizie islamiche sunnite e dei combattenti sciiti leali a Teheran. Un confronto serrato durato sette anni e conclusosi col prevalere dei secondi. La presenza dei duemila soldati Usa in Siria valeva, soprattutto, come una spina nel fianco delle mire dell’Iran, intenzionata a costituire un “corridoio sciita” che colleghi Teheran al Mediterraneo, passando per Damasco e Beirut. Una minaccia esiziale per Israele, alleato di ferro di Washingon che ora, proprio come i curdi, si sente abbandonato dalla superpotenza a stelle e strisce. L’annuncio di Donald Trump rappresenta probabilmente un gesto tattico per uscire dall’angolo dell’insuccesso alle elezioni di metà mandato e delle inchieste giudiziarie che lo tallonano. Ma promette di avere effetti geopolitici enormi, come la consegna delle chiavi del Medio Oriente a due potenze revisioniste come la Russia e l’Iran, e la rinuncia a giocare sul tavolo dei colloqui di pace per la Siria con un ruolo da protagonista. Mai tweet presidenziale fu più dirompente.

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