La manovra che il governo vuole farsi bocciare

Il Piccolo
Lunedì 8 ottobre 2018

Una serie di interrogativi aleggia intorno alla manovra finanziaria gialloverde, al conseguente braccio di ferro con Bruxelles e all’impavida sfida lanciata ai mercati. Li possiamo ridurre, all’osso, in uno: cui prodest? A vantaggio di chi sono pensate le misure in deficit varate dal nostro governo e subito censurate dall’Europa con una lettera del vicepresidente Dombrovskis e del commissario Moscovici? Ci sono, oltre agli azionisti di maggioranza di questo esecutivo, altri beneficiari di incauti provvedimenti di spesa che, oltre a mettere l’Italia in rotta di collisione con Bruxelles, espongono il Paese ad una rappresaglia dei mercati e delle agenzie di rating, pronte a declassare il nostro debito pubblico? Ci sarà davvero, la vittoria sulla povertà proclamata dal vicepremier Di Maio, o la povertà è lo spettro che incombe sui tanti italiani che pagheranno di tasca propria, causa aumento dei tassi di interesse e altre sgradevoli conseguenze dell’impennata dello spread, l’annuncite del ministro pentastellato? Sono plausibili le previsioni di crescita determinate dal governo quale conseguenza della sua strategia economica, o la crescita sarà la prima vittima della spesa in deficit e della stretta creditizia derivante dall’aumento del costo del servizio del debito e dal maltempo che si abbatterà sul sistema bancario? Le domande potrebbero proseguire, ma il concetto che volevamo evidenziare è chiaro: alla sua prima prova cruciale, il governo legastellato conferma la sua vocazione fatta di promesse mirabolanti, condotte temerarie e obiettivi refrattari a rientrare nella gabbia della realtà. Una realtà che i dioscuri Di Maio e Salvini vorrebbero infatti alterare, imprimendo su di essa il segno dei tempi nuovi. Non è il mero frutto di temperamenti indomiti l’offensiva di accuse e insulti contro l’Europa dei due vicepremier. È, semmai, una tattica subordinata ad una strategia, il cui bersaglio è l’Europa stessa. Tacciare il presidente della Commissione Juncker di alcolismo, e fare del commissario Moscovici la bête noire dell’Italia che vuole superare le strettoie dell’austerity, è una follia che nasconde un metodo: quello con cui il governo sta attuando il suo piano B. Che non consiste nella realizzazione di un’Italexit come da credo euroscettico di molti big dei due partiti di governo. Il vero piano B che l’esecutivo persegue passa per le urne delle prossime europee. Che sanciranno un passaggio cruciale nella storia politica dell’Unione: la transizione da un’era in cui i Palazzi di Bruxelles erano dominati dagli esponenti dei partiti popolari ad un’altra in cui questo establishment sarà insidiato, e auspicabilmente sostituito, dai maître à penser del sovran-populismo. I quali, in combutta con quella parte del Ppe che scimmiotta gli homines novi, si adopereranno per rifare l’Unione a loro immagine e somiglianza. Un’Europa con meno migranti, meno vincoli e meno invasività da parte delle istituzioni comunitarie è il sogno coltivato da Salvini e Di Maio. I quali, con la provocazione di una manovra pensata per essere bocciata da Bruxelles, cercano l’incidente con cui attizzare una campagna elettorale in cui l’Europa giocherà il ruolo del nemico. Che l’Italia possa nel frattempo collassare è il rischio calcolato che il governo è disposto a correre. Ogni richiamo alla realtà è destinato a rimanere inascoltato, da parte di chi questa realtà vuole sovvertirla, costi quel che costi.

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