La tolleranza e la civiltà

Il Piccolo
Mercoledì 30 agosto 2017

La vicenda della bambina londinese “bianca e cristiana” affidata a una famiglia musulmana integralista fa riflettere. Non si può che deplorare la scelta sconsiderata degli assistenti sociali, che avevano il dovere di conoscere nel dettaglio le caratteristiche della famiglia affidataria. Una famiglia che ha imposto alla piccola interdetti e nozioni incompatibili con il suo background culturale. Via il crocefisso indossato al collo. Basta carne di maiale. Pasqua e Natale sono feste “stupide”. Le donne occidentali sono “alcolizzate”. Sono, tutti, indicatori di una mentalità antagonistica, che insegna a detestare costumi e simboli della società ospitante, quella in cui la fanciulla è stata immersa nei primi anni di vita e che ora avrebbe dovuto ripudiare. La bimba, pertanto, ha subito un doppio shock: da un lato la separazione dalla famiglia naturale, dall’altro la pressione a rifiutare ciò che è stato il contorno naturale della propria esistenza per abbracciare uno stile di vita inedito e indesiderato. Una lampante violazione della carta Onu dei diritti dell’infanzia, che prevede in questi casi di tenere conto della cultura e della fede del bimbo affidato. Al di là delle sue peculiarità, questa storia può essere ritenuta emblematica delle modalità con cui si verifica, in alcuni contesti e circostanze, l’integrazione dei cittadini stranieri. Individui che non solo non fanno propri i modelli culturali del nuovo contesto di vita, ma preservano e coltivano una diversità aggressiva nonché incompatibile coi valori della maggioranza. Il paradigma dell’islam salafita, la fede della famiglia affidataria, è proprio questo. È una versione parossistica della religione di Maometto caratterizzata da un ripiegamento assoluto sul proprio modello culturale e dall’odio indefesso verso quello degli altri popoli, specie se cristiani. Esso bandisce ogni forma di assimilazione, compresa la lingua, primo indicatore di inserimento sociale. Spinge chi lo professa a tenersi alla larga dai valori, i principi e persino dai membri della società ospitante, disprezzati e temuti per la loro potenziale capacità di annacquare la “vera” fede o, peggio, di allontanare da essa. È una forza ostile, la cui capacità di attirare nella propria orbita numeri non risibili di immigrati deve essere da noi tenuta bene in conto. Le domanda che la presenza e l’influenza dell’islam salafita solleva infatti domande pressanti a società in cui l’immigrazione è fenomeno massiccio e strutturale. Si può tollerare l’intolleranza? Come coniugare i principi dell’accoglienza e del rispetto delle diversità con l’esistenza di subculture che anelano alla nostra distruzione? In che misura le democrazie pluralistiche e liberali possono assorbire minoranze che non contemplano e anzi osteggiano tanto il pluralismo quanto il liberalismo? Fornire risposte a simili quesiti non è fatuo esercizio mentale, ma esigenza impellente per società in cui la presenza straniera è consistente e dove sussisterebbe, in linea di principio, il diritto ad essere irriducibilmente alieni. La posizione mantenuta fin qui dall’intellighenzia e dalla classe politica di paesi come la Gran Bretagna è stata insoddisfacente. La linea ufficiale britannica è stata infatti quella del cosiddetto multiculturalismo: una dottrina che professa il rispetto incondizionato verso le diversità culturali, considerate patrimonio inalienabile delle minoranze etniche. Un patrimonio che il contatto con la maggioranza mette a repentaglio e che, pertanto, va tutelato con opportune azioni istituzionali atte a mantenerlo integro e a permetterne la riproduzione alle successive generazioni. È una concezione, quella delle società multiculturali, apparentemente sintonizzata con la nostra cultura politica impregnata dalla tolleranza, ma in realtà suicida. Perché bisogna avere il coraggio di ammettere, come fece il politologo Giovanni Sartori, che la tolleranza non può essere assoluta. Che essa presenta dei limiti oltre i quali mina l’intero edificio della convivenza. In piccolo, la storia della bambina inglese ci offre un utile ammaestramento. Essa ci insegna che le nostre società sono attraversate da frontiere invisibili in cui si fronteggiano la tolleranza e l’intolleranza e, in definitiva, la civiltà e l’inciviltà.

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