L’euro-ipocrisia del premier Conte

Il Piccolo
Lunedì 26 novembre 2018

“Non litighiamo, we are friends”. Sono le parole che il primo ministro Giuseppe Conte ha rivolto sabato sera al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker prima della cena al Palazzo Berlaymont. Quel “siamo amici” rivolto al nemico numero uno della politica economica del governo italiano è la summa dell’ipocrisia di un leader che lo scorso maggio ha ricevuto, dai suoi due futuri vicepremier, il compito di personificare la rivoluzione anti-europeista dell’Italia. Un Paese che, in nome di quell’ideologia granitica che accomuna, pur tra tante differenze, i due partiti di maggioranza, ha deciso di sfidare l’Unione Europea sul punto che più di altri ne definisce l’identità: le regole comuni. Varando una manovra finanziaria in deficit, e mettendo a repentaglio i livelli già insostenibili di debito che zavorrano il Paese, l’esecutivo Conte non ha solo cercato il colpo d’ala per stimolare, secondo le sue (pie) intenzioni, la crescita economica. Ha, soprattutto, rivendicato libertà d’azione dalla gabbia stringente delle norme che supervisionano il funzionamento dell’area euro. Non è un caso, perciò, che tutti gli altri diciotto governi della moneta unica – anche quelli che, sulla carta, dovrebbero essere “amici” dell’esecutivo tricolore – si siano espressi a favore della procedura d’infrazione a carico dell’Italia. Checché ne dica l’avvocato Conte, l’Italia gialloverde che allenta la disciplina fiscale e spande denaro pubblico non ha amici in Europa. Non può averne, d’altronde, perché l’Europa è il bersaglio privilegiato di una propaganda acuminata e irriverente sfornata dai social media manager di Lega e M5S e scagliata a gran voce dai due consoli del populismo italiano. L’Europa è l’espediente polemico con cui i due azionisti di maggioranza cercano di accreditarsi, agli occhi degli italiani, come gli interpreti della volontà del popolo contro la tirannia di Bruxelles. Posto di fronte alla possibilità di un commissariamento delle nostre finanze da parte della Commissione Europea, quale conseguenza estrema della procedura d’infrazione che pende sul nostro capo, il nostro primo ministro ha tentato, in extremis, l’offensiva del sorriso nei confronti del mandante dell’omicidio dei sogni autarchici italiani, il presidente Juncker. Ma a Bruxelles, Conte si è presentato con le armi spuntate. Il diktat di Salvini e Di Maio è che le promesse elettorali incardinate nella manovra del popolo – reddito di cittadinanza e quota cento – non si toccano. Per i due vicepremier, nessun potere superiore, nemmeno quello che si dirama tra Strasburgo e Bruxelles, può arrogarsi il diritto di ostacolare la rivoluzione sovran-populista che ha trovato in Italia la sua culla. Di qui il dramma di Giuseppe Conte, che cerca amici a Bruxelles ma non ne può trovare. È il segno di un’impotenza che è anche il memento per un’Italia che nei mesi a venire farà i conti simultaneamente con le turbolenze finanziarie e la volontà di rivalsa dell’Ue. Una tempesta perfetta che ha in Giuseppe Conte il parafulmine.

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