L’Europa non reagisca in modo scomposto al risultato elettorale turco. Parla l’ambasciatore Stefano Stefanini

Formiche
Lunedì 25 Giugno 2018

Stefano Stefanini, già rappresentante permanente dell’Italia alla Nato e consigliere diplomatico del Presidente Napolitano, spiega perché è lecito dirsi preoccupati per quanto accade in Turchia, anche se è necessario mantenere tutti i contatti aperti

l trionfo di Erdogan alle elezioni di ieri schiude le porte ad una stagione nuova per la Turchia, quella del “sultano repubblicano” con poteri assoluti all’interno dell’ennesima “democratura”. Una torsione dello stato di diritto che suscita preoccupazione ovunque e specialmente nell’Unione Europea, della quale la Turchia rimane candidata ad un sempre più improbabile ingresso.

Secondo l’ambasciatore Stefano Stefanini, senior advisor dell’Ispi e già consulente diplomatico del presidente Napolitano, l’Europa deve però astenersi dal “reagire con dichiarazioni scomposte”. In questo colloquio con Formiche.net, Stefanini spiega i motivi per cui, pur essendo lecito essere in ambasce per quanto accade in Turchia, a partire dalla situazione sempre più deteriorata dello stato di diritto, della libertà di informazione e dei diritti umani, è nel nostro interesse “mantenere per quanto possibile tutti i contatti” e far sapere ai turchi che “la porta dell’UE rimane sempre aperta”.

Ambasciatore Stefanini, Erdogan vince la scommessa delle elezioni anticipate e trionfa al primo turno. Per i turchi dunque il reiss, nonostante tutto, è l’unico leader possibile?

La Turchia è e resta un paese diviso a metà. Erdogan ha vinto con il 53%,e aveva vinto il referendum dell’anno scorso con il 52%. Certo, c’è una maggioranza consolidata che lo sostiene. Questo non significa che sia l’unica faccia della Turchia. Il presidente Erdogan in ogni caso, adesso con poteri ancora più ampi di quanto ne aveva in passato, è una persona con cui dovremo avere a che fare per almeno altri cinque anni.

Con un’affluenza all’87%, Erdogan ha parlato di una “lezione di democrazia”. Ma le elezioni si sono svolte in un clima tutt’altro che libero, con i media asserviti al partito del presidente e il leader curdo Demirtas dietro le sbarre. Inoltre, con i poteri straordinari affidati al presidente dalla riforma costituzionale dell’anno scorso, si rischia il governo di un solo uomo. Dove sta andando la Turchia?

Non credo che Erdogan sia in una situazione per dare lezioni di democrazia soltanto per l’affluenza alle urne. In certi regimi, l’affluenza alle urne è un sintomo di unanimità forzata. Erdogan aveva cercato una situazione in cui, tra arresti, restrizioni alla libertà di informazione e altri provvedimenti, aveva tutti i vantaggi della campagna elettorale dalla sua parte. La Turchia sta andando ormai da anni in direzione di una democrazia autocratica e questo voto non fa che confermarlo.

La vittoria di Erdogan sembrerebbe proprio una pessima notizia per l’Europa, preoccupata per la deriva autoritaria del paese. Si può dire archiviata la prospettiva di una Turchia nell’Ue?

La prospettiva della Turchia nell’UE è di fatto archiviata da tempo. Di per sé, il fatto che Erdogan sia stato eletto non influisce sulle relazioni Turchia-Ue e non so quanto la sua vittoria di ieri sia una brutta notizia per l’Europa. L’Europa da anni interagisce con Erdogan e ha imparato a gestire questo rapporto. Chiaramente, in una situazione come l’attuale, con le misure che il presidente ha preso negli ultimi due anni, la candidatura della Turchia in Europa è in un binario morto. La Turchia rimane un paese candidato che coltiva questi eterni negoziati con l’Ue ma senza mai vedere la luce in fondo al tunnel.

Ci sono tensioni anche in sede Nato, con la Turchia che interloquisce con Mosca su più fronti, a partire dalla Siria, e gli Usa che meditano di cancellare la vendita dei cacciabombardieri F-35. La Nato sta per perdere secondo lei il suo prezioso alleato nel fianco sud?

Il rapporto della Turchia con la Nato è diventato difficile per gli stessi motivi per cui è diventata difficile la relazione tra Turchia e Ue. La Nato è un’alleanza di democrazie, ci sono articoli che prevedono chiaramente che facciano parte della Nato paesi che adottano standard di democrazia, diritti umani e stato di diritto. L’elezione di Erdogan di per sé non cambia tutto questo. Ma la Nato rimane importante per la Turchia, malgrado i giri di valzer di Erdogan con Mosca. Direi però che fra le tante preoccupazioni che ha la Nato in questo momento, la Turchia non è la principale. Entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro. Certamente se la corda si tira troppo, e la Turchia lo sta facendo tanto in politica estera quanto in politica interna, la corda si strappa, anche se non ci siamo ancora arrivati.

Come sono i rapporti tra il nostro paese e la Turchia?

I rapporti sono sempre stati buoni. L’Italia è uno dei paesi che è stato più favorevole all’ingresso della Turchia nell’Ue. Si sono spesi in tal senso vari presidenti del consiglio, si è speso molto l’ex presidente Giorgio Napolitano. Ci aspettavamo senz’altro un trattamento diverso su questioni come il gas di Cipro. Ma nel panorama generale dei rapporti Turchia-Europa il nostro paese è quello che ha i rapporti migliori con Ankara.

Cosa può fare l’Europa per far sì che la Turchia conservi la vocazione di ponte tra Oriente ed Occidente?

L’Europa deve mantenere per quanto possibile tutti i contatti aperti. Non deve reagire con dichiarazioni scomposte. Non deve tentare di ostracizzare la Turchia. Deve valutare Erdogan per quello che farà e non in modo pregiudiziale. Bisogna tenere i ponti aperti, pur mantenendo una posizione di principio: ci sono delle linee rosse come il rispetto dei diritti umani e la libertà di informazione. Qui l’Europa ha il dovere di mettere i puntini sulle i, ricordando però a tutti che la porta dell’Ue resta aperta, quando e se la Turchia adotterà i comportamenti adeguati.

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