L’integrazione non è retorica

Messaggero Veneto
Venerdì 25 maggio 2018

Tra le prime uscite pubbliche del neo-sindaco di Udine Pietro Fontanini, ve ne è una che ha suscitato più di qualche alzata di sopracciglio. Il primo cittadino si è offerto di pagare di tasca propria il volo (di sola andata) ad un ambulante immigrato affinché faccia definitivamente ritorno in patria. Nulla di straordinario in sé, tanto più che l’immigrato in questione vive di stenti e ritiene conclusa la sua esperienza a Udine. Il problema, nella posizione del sindaco, è come questo messaggio sarà recepito dai quasi 14 mila cittadini stranieri residenti in città. I quali, in non pochi casi, all’inizio della loro avventura hanno sperimentato non poche difficoltà, che li hanno spinti sull’orlo del ripensamento. Ma nella maggior parte delle circostanze, gli immigrati hanno tenuto duro e saputo ritagliarsi un posto nell’economia locale. Hanno fatto radici e messo su famiglia. Hanno costruito reti di relazioni strettamente intrecciate con la comunità degli autoctoni. Sono diventati insomma parte integrante del tessuto sociale della capitale del Friuli. L’ultima cosa che vorrebbero sentirsi dire è che la loro presenza in città è tutto sommato indesiderabile o superflua. Che qui non c’è posto per loro, ma solo per gli autentici friulani. Perché non è vero. Udine è città accogliente, che nell’arco di un quarto di secolo ha visto lievitare la presenza straniera sino a sfiorare la soglia simbolica del 15% del totale della popolazione. L’immigrazione, in altre parole, è stata un’esperienza coronata da successo, come dimostrano i tanti lavoratori e lavoratrici che collaborano con le nostre aziende e contribuiscono alle loro fortune. Pur tra mille difficoltà, i migranti hanno vinto la scommessa fatta all’atto di lasciare la loro patria: hanno trovato una nuova casa, un lavoro, un posto in cui condurre serenamente la propria esistenza. La dimostrazione che questo processo è stato virtuoso è incarnata dai tanti figli degli immigrati che popolano le nostre scuole e si stanno costruendo una professionalità che metteranno poi al servizio della nostra comunità. Sono le seconde generazioni le protagoniste del processo di integrazione che si sta sviluppando lentamente ma costantemente nel nostro territorio. Ma l’integrazione è un processo non scontato che va promosso consapevolmente dall’intera comunità, istituzioni in primis, lanciando messaggi costruttivi e di solidarietà. Dicendo ad un “vu cumprà” che farebbe bene a tornarsene a casa si compie uno sgarbo nei confronti di tutti coloro che hanno cominciato proprio così, con un mestiere umile, la loro parabola in Italia e poi, con tenacia, hanno conquistato un posto non subalterno nella struttura sociale. Gli ambulanti che venticinque anni fa popolavano le nostre città e spiagge sono diventati operai, magazzinieri, saldatori, artigiani, autisti. Hanno compiuto – proprio come i nostri emigranti tanto tempo fa – quel salto di qualità che era implicito nel progetto migratorio. L’auspicio ora è che il nuovo sindaco di Udine, nei suoi cinque anni di mandato, rinunci alla retorica antagonista nei confronti degli stranieri che è propria della sua parte politica e riconosca che Udine è una città che non fa distinzione tra bianchi e neri, tra autoctoni ed immigrati, tra chi è nato qui e chi vi è arrivato da fuori. Udine è semplicemente la città di chi la ama, la rispetta e contribuisce al benessere di tutti.

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