Dopo l’intervento in Siria il vero vincitore è Putin

Messaggero Veneto
Martedì 25 luglio 2017

A meno di due anni dall’intervento russo in Siria a sostegno del regime di Assad, una realtà si impone sul terreno e nel mondo della diplomazia: la Russia ha vinto. Non vi è segnale più eloquente in tal senso della decisione dell’amministrazione Trump di porre fine al programma di assistenza militare dei ribelli moderati. Una scelta che ratifica la situazione sul campo. Se nel 2015 il presidente siriano era in estrema difficoltà, assediato dai rivoltosi e dalla rivoluzione islamista dell’Isis, oggi i governativi sono tornati a controllare una significativa fetta del Paese. I ribelli sono accerchiati in poche enclaves, dove peraltro le fila dei moderati si assottigliano sempre più a favore delle formazioni salafite e jihadiste. Il significativo arretramento dello Stato islamico, assediato dalle forze curdo-arabe nella sua capitale di Raqqa, si inserisce in un quadro sempre più dominato dalle truppe di Assad e dai loro alleati russi, iraniani e di Hezbollah. L’obiettivo del presidente siriano – riconquistare “ogni centimetro quadrato” del Paese – non è più un mero proclama, ma una possibilità ogni giorno più tangibile. Un obiettivo che è favorito anche dai negoziati in corso, spostatisi dal fallimentare tavolo di Ginevra a guida Onu ai colloqui sponsorizzati da Mosca. La Russia è riuscita a spingere le parti in conflitto a stipulare delle tregue in varie province siriane. Nello schema del Cremlino si è inserita ora anche Washington: uno dei risultati del faccia a faccia Putin-Trump a margine del G20 di Amburgo è stata l’instaurazione di una “deconfliction zone” nelle province sud-occidentali. Gli Stati Uniti hanno dunque deciso di cooperare con Mosca, rinunciando all’obiettivo che fu già di Obama: la deposizione di Assad. Questo sviluppo non può però che proiettare un’ombra fosca sul futuro del Medio Oriente. È improbabile pensare a una pace retta da un uomo, Assad, che ha massacrato per sei anni il suo popolo. A ciò si aggiunga il dilagare nel Paese dei pasdaran iraniani e dei loro alleati di Hezbollah: gruppi sciiti che non solo sono ostili nei confronti della maggioranza (sunnita) della popolazione, ma che non nascondono l’ambizione di fare della Siria il perno di una strategia in cui l’intero Levante sia egemonizzato da Teheran. La prospettiva di una “Mezzaluna sciita” inquieta i paesi arabi ed Israele, nemici giurati dell’Iran, e annuncia un futuro conflittuale per la regione. Nello scegliere di schierarsi dalla parte del vincitore, gli Stati Uniti hanno operato una decisione pragmatica ma tutt’altro che destinata a rasserenare il quadrante mediorientale. Sarebbe opportuno perciò che gli europei, che le conseguenze di quel conflitto le hanno pagate in termini di rifugiati e instabilità, facciano sentire la propria voce – se ce l’hanno – affinché in Siria si instauri una pace autentica e duratura e non si imponga la sola forza delle armi.

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