Litigano ma il vero obiettivo è il ribaltone a Bruxelles

Messaggero Veneto
Venerdì 11 Gennaio 2019

Se non è crisi di governo, poco ci manca. Perché la soluzione alla crisi dei 49 migranti a bordo delle navi delle Ong Sea Watch e Sea Eye è passata sopra la testa del ministro dell’Interno Matteo Salvini, scavalcato dal primo ministro Giuseppe Conte. Il quale, di concerto con l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, ha dato il suo assenso all’accordo europeo che prevede lo smistamento dei naufraghi in otto paesi UE, Italia inclusa. La frattura, in seno all’esecutivo, è netta. Conte e Di Maio esautorano Salvini su un tema, l’immigrazione, su cui il leader del Carroccio ha costruito la sua reputazione e la sua fortuna politica. Uno smacco. Salvini ha appreso del via libera allo sbarco e dell’ok dell’Italia all’accoglienza di una quota dei profughi mentre era in Polonia, intento a tessere la tela della sua internazionale sovranista. Non è stato consultato, ha spiegato furente ai reporter che lo hanno seguito a Varsavia. Il sì all’accordo di redistribuzione dei migranti è farina del sacco di Conte, che fa valere le sue prerogativa di regista dell’azione governativa ed il suo ruolo di interlocutore con l’Europa. Ma il risultato è, per l’ennesima volta, un’intesa estemporanea. Che alloca i migranti solo su base volontaria, e solo dopo un lungo braccio di ferro di cui, a pagare il prezzo, sono stati 49 disperati lasciati per diciannove giorni in balia delle onde. “Ostaggi”, secondo l’espressione degli attivisti delle Ong, di una politica europea che sull’immigrazione non trova ancora alcun consenso. Ci aveva provato Conte, fresco di nomina a Palazzo Chigi, a far convergere i partner sulla proposta di un meccanismo automatico di condivisione. Esordendo a giugno al suo primo Consiglio UE, mise sul piatto quella che definì “strategia europea multilivello”: un piano imperniato sul concetto per cui “chi sbarca in Italia, sbarca in Europa”. Fu il tentativo, effettuato sbattendo i pugni sul tavolo, di convincere i Paesi dell’Unione a rinunciare agli egoismi nazionali per gestire in modo coordinato e solidale il fenomeno epocale delle migrazioni. Ma la manovra del premier fu infruttuosa, a causa delle consuete rivalità intraeuropee oltre che della diffidenza verso l’arrembante governo populista. Da allora, il dossier non è più stato riaperto. Anche per colpa del governo italiano, che scelse di accantonare la questione migranti investendo invece tutto il proprio capitale politico nella sfibrante trattativa coi vertici comunitari sulla manovra. Non ha certamente giovato nemmeno il posizionamento dei gialloverdi nei magmatici equilibri politici continentali, con Di Maio e Salvini pronti ad allearsi con chi vuole sfasciare l’Europa, siano essi i gilet gialli o i sovranisti di tutte le risme. Con le elezioni europee alle porte, Lega e M5S puntano tutto su un grande ribaltone a Bruxelles che, è il loro auspicio, permetterà loro di riscrivere tutte le regole. In attesa di capire se questa scommessa pagherà, Salvini incassa una sconfitta bruciante in casa. Con grande soddisfazione del suo amico-nemico Di Maio.

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