Monfalcone, il velo e il rispetto per le donne

Il Piccolo
Venerdì 30 novembre 2018

Il primo cartello, inequivocabile, è apparso fuori dall’anagrafe di Monfalcone. Ma i segnali che affermano il divieto di indossare il niqab negli spazi pubblici tappezzeranno presto la città dei cantieri. Cosa vuole ottenere, la sindaca Anna Cisint, con la sua ultima mossa? Ufficialmente, si vuole assicurare il rispetto di una legge varata quarant’anni fa, ai tempi del terrorismo interno. Una norma che, punendo tutti coloro che nascondono il volto, fu concepita per arginare un problema di sicurezza in un’Italia sotto assedio. Oggi, quella legge viene rispolverata per altri motivi. Più precisamente, per non far sentire a casa loro tutte quelle musulmane che, in ossequio ad una prescrizione religiosa o sulla base delle pressioni dell’ambiente familiare, sogliono velarsi il capo in modo integrale. Stiamo parlando, letteralmente, di quattro gatti, poiché tante sono le cittadine di origine bengalesi che scorrono per le strade di Monfalcone protette da quello schermo. Si dirà: è una questione di principio, oltre che di rispetto della legge. Il principio da tutelare è l’uguaglianza di genere, calpestata da quell’indumento che il più retrivo fondamentalismo islamico impone all’universo femminile. Una battaglia che, in linea generale, appare condivisibile. Il problema, in questo caso, è il metodo. Difficile non intravedere, nella moltiplicazione dei divieti, un accanimento nei confronti della presenza islamica, ritenuta portatrice di disvalori e foriera della destabilizzazione dell’ordine pubblico. Sono questi presupposti, iscritti nel credo cisintiano, che fanno dubitare della bontà dell’iniziativa. Nei suoi due anni di amministrazione, la sindaca ha ripetutamente manifestato i suoi sentimenti bellicosi nei riguardi dei musulmani presenti in città. Basti ricordare il cavillo con cui si è impedito, ad un’associazione bengalese, di aprire la nuova moschea, regolarmente acquistata e in attesa di restauro prima di essere consegnata all’usufrutto della comunità islamica. L’accerchiamento, ora, prosegue con disposizioni che prendono di mira l’infima minoranza di donne che indossano il velo integrale. Che ora rischiano di passare dalla padella alla brace, ossia dall’obbligo di occultare il viso dinanzi al prossimo al relegamento forzoso negli spazi domestici. La questione del niqab o del burqa non si risolve con provvedimenti che hanno il solo effetto di mettere sotto il tappeto la polvere dell’integralismo. L’intolleranza di mariti e familiari che hanno una concezione subordinata della donna si combatte anzitutto con una capillare opera di persuasione e convincimento. Alla quale provvede, già, l’immersione in quel mondo occidentale che ha l’uguaglianza e il rispetto delle donne iscritti nel proprio dna. È respirando la nostra cultura e interagendo con noi che le famiglie islamiche esposte ai diktat del fondamentalismo possono scoprire i vantaggi dell’abbandono di retaggi che qui non hanno ragione di esistere. Se siamo convinti di essere dalla parte giusta della storia, abbiamo il dovere di accompagnare gli altri sulla nostra sponda. Quando li si strattona, si rischia un effetto boomerang: nel caso specifico, anziché salvare le donne dall’oppressione, le consegniamo alla segregazione. I soli divieti non salveranno Monfalcone dalla visione del mondo retrograda degli integralisti. Non è col fanatismo che si scaccia il fanatismo.

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