Nuova rotta sui social

Messaggero Veneto
Lunedì 26 marzo 2018

Anche Mark Zuckerberg ha dovuto ammettere la gravità dello scandalo Cambridge Analytica e promettere di prendere provvedimenti. Il datagate ha d’altronde scoperchiato una realtà che deve preoccupare tutti gli utenti dei social. I fatti sono noti: attraverso un’applicazione sviluppata da una società terza e impiantata sulla sua piattaforma, Facebook si è fatto sottrarre i dati di 51 milioni di utenti, che sono stato poi utilizzati per fini elettorali, in particolare nella campagna presidenziale americana del 2016. La cosa che sconcerta di più in questa vicenda è la facilità con cui il colosso social, cui affidiamo i nostri segreti più inconfessabili, abbia permesso ad un’entità privata di scoperchiare i misteri delle nostre interazioni, le nostre preferenze, le nostre predilezioni, permettendole di confezionare una perfetta fabbrica del consenso elettorale. È il miracolo degli algoritmi, che dalle mille operazioni che conduciamo sui social ricavano un profilo dell’utente che ne ricostruisce l’identità e, da allora, lo perseguitano con messaggi che riflettono i suoi ultimi like e i gruppi di cui fa parte. La presenza della pubblicità e della propaganda su Facebook non costituisce in sé un problema. Nella storia delle comunicazioni di massa, tutti gli strumenti di comunicazione si sono prima o poi aperti alle réclame, gestendole però attraverso una rigida regolamentazione. Su Facebook, questa regolamentazione coincide con gli standard di condotta della Facebook stessa, ed è ovvio che si tratta di una limitazione ben poco stringente. Facebook mette a disposizione dei propri clienti, aziende e partiti politici, la possibilità di ricavare dalla miniera di informazioni che si immagazzinano nel social un quadro preciso dell’utenza, per poi segmentarla e bersagliarla con messaggi che rispondono apparentemente ai suoi desideri o interessi. Facebook conosce tutto di noi: la composizione del nostro gruppo familiare, la nostra cerchia di amici, i nostri stati d’animo, i nostri interessi. Tutte informazioni che fanno gola a quanti vogliono piazzare prodotti o candidati. Questo pone una sfida possente alla democrazia, che è basata sul libero scambio di opinioni tra i cittadini affinché ciascuno, dal confronto con le idee altrui, possa maturarne una propria. Se la propaganda elettorale è tarata a monte, in modo da far sì che raggiunga solo una certa fascia di pubblico, il risultato è di sezionare l’elettorato in tante “bolle” dove a circolare sono solo i concetti che qualcuno vuole siano in primo piano. Le tecniche di profilazione rappresentano un indiscutibile vantaggio ma anche un boomerang per la democrazia. Non è subissando gli elettori di messaggi costruiti su misura dei loro ultimi like che si forma il consenso sui programmi, sui progetti e sulle idee di cui si nutre la politica. Gli elettori hanno bisogno di accedere al libero flusso dell’offerta politica per poter fare una scelta consapevole, e le piattaforme social hanno il diritto e il dovere di esserne un veicolo; a patto però che tutelino i dati personali degli utenti. Speriamo che l’ultimo scandalo serva ad una opportuna correzione di rotta.

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