Scontro sulla famiglia spartiacque politico

Il Piccolo
Lunedì 1 Aprile 2019

di Marco Orioles

Lungi dall’essere stato una meteora passeggera, il Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona rappresenta un vero e proprio spartiacque nella politica italiana nella stagione dei populismi contrapposti. Attorno ai temi intavolati nella kermesse della città scaligera è scattata infatti una guerra di posizionamento tra Lega e M5S che contribuirà a determinare, in modo nitido, la precipua identità politica o, se si preferisce, il brand delle due forze di governo. Questioni come la difesa delle prerogative della famiglia “naturale” contro l’assalto di quelle arcobaleno, l’ostilità alla legge 194 e le sfide demografiche di una popolazione in preda alla denatalità rappresentano altrettanti punti cardinali in una mappa politica che, dal 4 marzo 2018 ad oggi, è stata ampiamente riscritta. Nell’attuale scenario segnato dalla dialettica quotidiana tra due partiti che avvertono la necessità di differenziarsi nettamente l’uno dall’altro, la “politica dell’identità” e le battaglie ideologiche che vi sono associate diventano veri e propri crinali, linee di faglia che offrono a Lega e M5S la possibilità di collocarsi in distinti alvei e humus culturali. Si spiega così la scelta di Luigi Di Maio e sodali di dissociarsi platealmente dall’iniziativa degli “sfigati” partner di governo e dai loro culti “medievali”, spingendo il premier Giuseppe Conte a ritirare il patrocinio precedentemente concesso da Palazzo Chigi al Congresso veronese. Più che da precise convinzioni da parte di un Movimento che, in questa lunga fase di fibrillazione, sta smantellando uno dopo l’altro i suoi pilastri identitari, la decisione di smarcarsi dall’operazione dell’alleato leghista è funzionale al doppio imperativo di arrestare l’emorragia di consensi segnalata dalla bruciante sequenza di sconfitte alle elezioni regionali e di impedire al salvinismo rampante di portare a termine l’Opa lanciata sull’intero campo populista. Il ragionamento in casa leghista non è dissimile. La svolta orbanista del partito, rappresentato con il leader e due ministri di peso all’evento di Verona, è un passo strategico verso la definizione di una specifica offerta politica collocata in campo conservatore ma con una forte vena sovran-populista. Una manovra studiata a tavolino con l’intento sia di marginalizzare ulteriormente, al fine di assorbirlo, ciò che ancora si muove nell’ala destra dello schieramento politico, sia di sferrare un ulteriore fendente ad un M5S incapace, per i limiti intrinseci alla sua storia liquida, di offrire all’elettorato riferimenti saldi sulle questioni identitarie. La timida apertura del premier Conte allo Ius soli va vista in questo contesto: è espressione del tentativo di mostrare ai cittadini che il Movimento non è solo reddito di cittadinanza e lotta alla casta. Se la politica è sempre vissuta di simboli, la stagione che si è aperta con il Congresso di Verona li rimette prepotentemente al centro della scena.

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