Siamo tutti xenofobi? No, ma la colpa è della globalizzazione che lacera la società

Messaggero Veneto
Giovedì 9 agosto 2018

Una domanda aleggia sui tempi che corrono: gli italiani sono razzisti? Il quesito, di per sé irritante nei riguardi di un popolo costituito storicamente da “brava gente”, diventa legittimo se rapportato al clima attuale, in cui i virulenti episodi di xenofobia che hanno riempito le cronache estive dei nostri giornali si sommano al consenso di cui gode la politica migratoria del governo giallo-verde. Sullo sfondo di questo tema si staglia una vistosa contraddizione: quella di una nazione che fino a pochi decenni fa distribuiva migranti in giro per il mondo e, ora che è diventata beneficiaria di massicci flussi in entrata, esprime nei confronti dei nuovi arrivati quegli stessi sentimenti di avversione destinati un tempo ai nostri emigranti. Dimentica della propria storia, l’Italia sta oggi vivendo il fenomeno migratorio con un senso di allarme su cui è necessario soffermarsi. Perché la diatriba sui migranti in Italia è figlia della discussione, priva sino ad oggi di conclusioni certe, sulle trasformazioni sperimentate dalle società tardo-moderne. Società che attirano individui da ogni angolo della terra, chiamati per soddisfare le esigenze dei sistemi economici, salvo riservare loro un’accoglienza gelida quando non ostile. Società, dunque, che vivono una perenne tensione tra le necessità dell’economia, che ha bisogno di forza lavoro straniera, e le priorità della sfera culturale, concentrate da tempo sulle questioni identitarie. Questioni che sono al centro delle preoccupazioni di parte della nostra popolazione, resa inquieta dall’affermarsi di quei processi di globalizzazione che stanno erodendo antichi equilibri e certezze. La globalizzazione è fatta di flussi: di merci, denaro, uomini ed idee. Flussi che attraversano confini ormai porosi e creano vincitori e vinti. I primi sono coloro che cavalcano il cambiamento e riescono ad avvantaggiarsene. I secondi sono coloro che, confusi dall’incedere delle innovazioni, le subiscono passivamente. Per i vincitori, la torta creata dalla globalizzazione è sufficientemente ampia da essere spartita tra tutti, inclusi gli stranieri. Per i vinti, la globalizzazione ha invece ridotto la dimensione della torta a nostra disposizione, a vantaggio dei paesi emergenti, creando così un problema di ripartizione delle poche risorse disponibili. L’asimmetria tra queste prospettive genera una diversa concezione del migrante. I vincitori lo considerano un partner nella costruzione di una società migliore; i vinti invece un usurpatore, qualcuno che sta rubando i pochi posti di lavoro ancora disponibili e si avvantaggia delle provvidenze di un sistema di welfare che le logiche del turbocapitalismo vogliono sempre più striminzito. Il ribollire dei sentimenti xenofobi che tanto ci preoccupa scaturisce dunque da vasti processi di riorganizzazione della nostra società. L’apertura dei confini – requisito chiave affinché la globalizzazione possa produrre i suoi effetti – ne è un elemento dirimente. Divide chi ritiene le frontiere ormai obsolete da chi le considera ancora un elemento di salvaguardia. L’umanità è ormai unita in una fitta trama di scambi materiali e simbolici, dicono i globalisti, cui gli anti-globalisti replicano indicando le profonde fratture culturali che ancora sussistono tra i popoli. L’odierna xenofobia, insomma, è il portato di un processo, la globalizzazione, che ancora non è stato compreso né del tutto accettato. Essa incide laddove, come in Italia, i vantaggi della globalizzazione non sono stati equamente distribuiti. Ecco perché chi è preoccupato per i rigurgiti xenofobi dovrebbe guardare a monte, e non a valle. Prestando attenzione a quei processi che, al di là dell’arrecare innegabili benefici, hanno lacerato la nostra società. Il problema degli italiani non è l’immigrazione, ma capire che posto è stato riservato loro dalle grandi trasformazioni del nostro tempo.

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