Siria e Russia violano gli accordi con Washington e lanciano l’offensiva per riconquistare Deraa

Formiche
Sabato 23 Giugno 2018

Violando la sua promessa, formulata appena dieci giorni fa, di “dare una chance al processo politico”, il presidente siriano Bashar al-Assad ha ordinato al suo esercito di riconquistare le città e i paesi della provincia di Deraa, nei pressi del confine con la Giordania e con le alture del Golan, in mano ai ribelli. È l’ultima sfida del regime agli Stati Uniti, che insieme a Russia e Giordania avevano concordato l’anno scorso di stabilire a Deraa una zona di “de-escalation”.

Fonti delle opposizioni avevano segnalato diversi giorni fa l’ammassarsi di truppe, miliziani e carri armati, a Deraa insieme all’arrivo del famigerato comandante delle unità d’élite “Tigre” dell’esercito siriano, brigadier generale Suhail al-Hassan. Questa settimana sono cominciati quindi i primi bombardamenti, confermati dall’agenzia di stampa siriana Sana. “L’artiglieria dell’Esercito Arabo Siriano”, recita la nota, “ha effettuato bombardamenti concentrati su covi e posizioni fortificate dell’organizzazione terroristica Jabhat al-Nusra nelle campagne a nord e nordest di Deraa”.

La televisione di stato ha riferito ieri che unità dell’esercito hanno preso di mira “nascondigli e movimenti di terroristi” nelle città di al-Hirak e Busra al-Hariri. Questi stessi “terroristi”, ha riportato l’agenzia Sana, non sarebbero stati tuttavia con le mani in mano ma avrebbero attaccato con colpi di mortaio la città di Suweida, nella parte orientale di Deraa controllata dal governo, causando la morte di due civili. Il comandante del gruppo “Forze dei giovani della Sunna” ha promesso frattanto la più fiera resistenza. “Possediamo molte armi”, ha dichiarato, puntando il dito sulla presenza di forze iraniane nell’area.

Si segnalano già le prime atrocità. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, elicotteri governativi avrebbero lanciato almeno dodici barili bomba nell’area. A detta del portavoce della formazione ribelle Jaish al-Thawra, che combatte sotto le insegne dell’Esercito Libero Siriano, le munizioni avrebbero colpito tre città e altrettanti villaggi della provincia. È la prima volta da un anno a questa parte che il regime ricorre a questa tecnica tanto artigianale quanto micidiale, che ha causato in passato innumerevoli vittime tra la popolazione civile e l’indignazione della comunità internazionale.

È giallo intanto sulla partecipazione all’offensiva dell’aviazione russa. I ribelli sostengono di non aver ancora visto aerei di Mosca. Ma l’ambasciatore russo in Libano Alexander Zasypkin ha affermato che la Russia è pienamente coinvolta nelle operazioni militari. “L’esercito siriano in questo momento, con l’appoggio delle forze russe”, ha dichiarato Zasypkin al giornale filo-Hezbollah al-Akhbar, “sta riprendendo le sue terre nel sud e restaurando l’autorità dello Stato siriano”.

Sale, nel frattempo, la preoccupazione delle Nazioni Unite. Riferendo della morte di venti persone durante le prime battute delle ostilità e della fuga di migliaia di persone da Deraa, mercoledì il Palazzo di Vetro ha esortato le parti a “prendere tutte le misure necessarie per salvaguardare i civili, permettere la libertà di movimento e proteggere le infrastrutture civili, come richiesto dalla legge umanitaria internazionale e dal diritti umani”. Il segretario generale Antonio Guterres ha chiesto ieri un immediato cessate il fuoco, dicendosi “preoccupato per i significativi rischi che quest’offensiva pone alla sicurezza regionale”.

Il richiamo di Guterres non è a sproposito. Gli Stati Uniti, garanti della zona di de-escalation, hanno minacciato “serie ripercussioni” qualora Damasco proseguisse le operazioni. L’ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley ha dichiarato ieri che l’offensiva del regime “viola chiaramente” l’accordo di de-escalation concordato da Vladimir Putin e Donald Trump, e ha accusato Mosca. “La Russia porta la responsabilità”, sono le parole della Haley, “per ogni ulteriore escalation in Siria”.

Concordata o meno con la Russia, la mossa di Damasco potrebbe schiudere le porte ad una nuova fase della guerra civile nella quale gli americani potrebbero scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Lo si desume chiaramente dal comunicato del 14 giugno della portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert. “Gli Stati Uniti”, recita il testo, “rimangono impegnati a mantenere la stabilità della zona di de-escalation nel sudovest (della Siria) e al cessate il fuoco su cui si regge. Ribadiamo che qualsiasi azione militare del governo siriano contro la zona di de-escalation nel sudovest rischia di allargare il conflitto. Affermiamo di nuovo che glI Stati Uniti prenderanno ferme e appropriate misure in risposta alle violazioni del governo siriano in quest’area”.

Bisogna vedere, naturalmente, se Donald Trump intende sul serio imbarcarsi in un’avventura militare in un conflitto dal quale ha dichiarato ripetutamente di volersi tenere alla larga. Sicuramente, questo sarà uno dei temi al centro dell’agenda dell’incontro tra il capo della Casa Bianca e quello del Cremlino su cui stanno lavorando le due amministrazioni. Rischierà, The Donald, di mettere a repentaglio la tanto voluta distensione con Mosca? O ascolterà quei suoi consiglieri che suggeriscono da tempo di intensificare l’impegno americano in Siria, anche a costo di sfidare Putin sul suo terreno?

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