Stranieri in Fvg: i più son cristiani

Il Piccolo
Martedì 12 settembre 2017

Le anticipazioni del Dossier immigrazione 2017, prezioso strumento conoscitivo che da vent’anni a questa parte consente di impostare un’analisi ragionata sui trend della presenza straniera in Italia, ci mettono a disposizione dati importanti. A partire dai quali sarebbe il caso di impostare utili politiche di integrazione anche in FVG. Quest’anno il Centro studi Idos ha deciso di effettuare una stima dell’appartenenza religiosa degli immigrati. Ne emerge un quadro significativo del pluralismo religioso che si sta delineando nel nostro Paese. A fronte di cinque milioni di cittadini stranieri residenti, coloro che si dichiarano cristiani sono la maggioranza: 2 milioni e 670 mila, pari al 53% del totale. Di questi, all’incirca un milione e mezzo sono ortodossi, che costituiscono quasi il 30% della presenza straniera, contro il 18,1% di cattolici (910 mila) e il 4,3% di protestanti (216 mila). I musulmani sono invece quasi un terzo del totale (1 milione e 641 mila). Le altre confessioni rilevate sono l’induismo (150 mila 800 persone pari al 3%) e il buddismo (113 mila 900 e 2,3%), mentre gli atei/agnostici costituiscono il 4,7% dell’universo. La situazione del Friuli Venezia Giulia è sovrapponibile a quella del Paese nel suo complesso: 58,4% di stranieri cristiani, 29,8% di musulmani, 3,9% di aderenti a religioni orientali, 4,1% di atei/agnostici. Le conclusioni che ne possiamo trarre sono molteplici, a partire da quella più rilevante: la religione è un elemento centrale dell’identità degli immigrati, che solo in misura di uno su venti si dichiarano distanti da ogni tradizione. Il secondo elemento che emerge è la frammentazione delle appartenenze, nessuna delle quali appare preponderante. Bisogna peraltro considerare che le stesse fedi prevalenti – islam e ortodossia – risultano spaccate sulla base di tradizioni o chiese nazionali, definite per lo più su base geografica. Il pluralismo è insomma la cifra distintiva di un fenomeno migratorio che già su basi etno-nazionali si caratterizza per la molteplicità delle provenienze. Ne emerge perciò che ogni reductio ad unum, ogni semplificazione è ingiustificata e ingiustificabile. Non esiste un tipo umano corrispondente al cittadino straniero. Vi sono invece svariate identità che si confrontano con quelle, già sfaccettate, della maggioranza degli italiani. La complessità, in poche parole, è ciò che definisce il tessuto sociale del nostro Paese. Da queste considerazioni si deduce che ogni politica per l’integrazione non può che prendere forma a partire da questo dato ineludibile. Politiche che rappresentano per ciò stesso una sfida, visto che non esiste un singolo target bensì una molteplicità di destinatari ognuno caratterizzato da una identità che, peraltro, non può dirsi fissata visto che è destinata a mutare a seguito del confronto quotidiano con le altre. Il che fa concludere che la politica per l’integrazione più urgente, per il nostro Paese, non può che vertere sull’educazione al pluralismo e alla tolleranza. In parallelo all’inclusione sociale, l’obiettivo da perseguire è insegnare ai cittadini stranieri che l’Italia è un paese stratificato dal punto di vista delle identità, e che quindi è indispensabile avere nozioni di base su quelle delle altre componenti. E poiché la religione è una componente centrale di tali identità, le politiche per l’integrazione più sagge dovrebbero essere formate da iniziative volte a promuovere il dialogo interreligioso. Le istituzioni, a partire dalla scuola, dovrebbero promuovere progetti finalizzati a far conoscere le altre confessioni e i rispettivi fedeli, così da far entrare ciascuno in contatto con le tradizioni altrui. Ciò permetterebbe di assorbire i problemi derivanti dall’esistenza di stereotipi e pregiudizi, di ridurre le tensioni che derivano dal contatto ravvicinato di fedi che nei Paesi di origine possono essere in conflitto, e di sviluppare un senso di appartenenza ad una comunità definita dal pluralismo delle appartenenze. Se l’identità dell’Italia è divenuta un dedalo, è opportuno che le istituzioni forniscano a tutti delle guide per orientarsi. Ne va della tenuta di tutto l’insieme, che alla luce di una simile complessità non può essere data per scontata.

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