Tra Italia e Cina non c’è solo la Via della Seta

Il Piccolo
Mercoledì 20 Marzo 2019

di Marco Orioles

Giovedì pomeriggio due Boeing 747 di Air China atterreranno a Roma facendo scendere sul suolo patrio il presidente cinese Xi Jinping, la first lady Peng Lyuan e una folta delegazione di businessman al seguito. È la prima visita di Stato in Italia dell’attuale capo della Repubblica Popolare, che venne nel Belpaese nel 2009 nella veste di vicepresidente e poi, al terzo anno del suo primo mandato presidenziale, recò omaggio in Sardegna all’allora premier Matteo Renzi. Si tratta di un’occasione importante per consolidare i rapporti con la seconda potenza economica del pianeta, che scipperà a breve il primato agli Stati Uniti. Sta soprattutto qui la valenza di questo viaggio: nell’opportunità che ci offre di interloquire al più alto livello con un Paese che coltiva la legittima ambizione di contare sempre più nella determinazione degli equilibri mondiali. Forte di una storica vocazione al dialogo con tutte le realtà politiche del pianeta, a prescindere dalle ideologie e dalle leadership, l’Italia non può che accogliere Xi con tutti gli onori e prestare la massima attenzione alle sue profferte. La proposta di partecipare alla realizzazione delle nuove Vie della Seta, e di mettere le nostre infrastrutture portuali a disposizione degli scambi commerciali con Pechino, è il tema che ha dominato il dibattito di questi giorni. Un dibattito che ha portato in primo piano, oltre alle opportunità che si schiudono per il nostro export, i rischi alla sicurezza nazionale insiti in una collaborazione troppo stretta con un regime non democratico. L’allarme di Washington per la firma che il governo gialloverde si accinge ad apporre sul Memorandum d’intesa (Mou) sulle Vie della Seta ha spaccato l’esecutivo in un’ala attenta alle ragioni del nostro maggior alleato e in un fronte che inquadra le preoccupazioni Usa come il lamento della superpotenza in declino che non si arrende alla prospettiva di un declassamento ad opera del rivale in ascesa. Così, ad un M5S che segnala la necessità di favorire l’apertura delle porte della Cina al Made in Italy, si contrappone una Lega indisponibile a cedere a Pechino le chiavi di infrastrutture strategiche come i porti e la rete mobile di quinta generazione. Anche in questa circostanza, sul primo ministro Giuseppe Conte è ricaduto l’onere di trovare una sintesi tra due posizioni così divergenti. Decidendo di resistere alle pressioni americane, e di procedere con la sigla del MoU e dell’altra ventina di accordi negoziati con Pechino, Roma compie un atto nel segno della sovranità e della promozione di interessi preminenti. Interessi che non portano solo il nome dei porti di Trieste e Genova, ma anche quelli di Cassa Depositi e Prestiti, Terna, Intesa Sanpaolo, Danieli e di altre grandi realtà economiche italiane. Il passaggio di Xi nella Penisola si concluderà con una tappa in Sicilia, la terra del presidente Mattarella che due anni fa visitò la città natale del collega cinese. Un omaggio che è anche un inno all’amicizia tra i due popoli.

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