Un ritorno che sembra una capitolazione ma era necessario per arginare la Libia

Messaggero Veneto
Giovedì 17 agosto 2017

Resa o Realpolitik? Abbandono delle proprie posizioni in nome dell’interesse nazionale, o scelta tattica per favorire i risultati sperati? La decisione di ripristinare al massimo livello le relazioni diplomatiche col Paese, l’Egitto, in cui si è consumato l’omicidio di Giulio Regeni è intrinsecamente problematica. La reazione sdegnata della famiglia del ricercatore di Fiumicello è arrivata infatti puntuale. Agli occhi di Paola Deffendi e di Claudio e Irene Regeni, la scelta del nostro governo di rimandare l’ambasciatore al Cairo appare un’improvvida capitolazione, e chiunque abbia condiviso il loro dolore non potrà che condividerne i sentimenti. A chi si è eretto come difensore di una petizione di principio, le modalità e la tempistica con cui è maturata la decisione del nostro ministro degli Esteri suona beffarda, se non offensiva. Eppure, la mossa della Farnesina trova concorde il mondo politico. Per il quale il ritorno dell’ambasciatore, oltre ad essere propedeutica ad un’accelerazione delle indagini sul caso Regeni, contribuirà a sciogliere i nodi della nostra politica mediterranea. L’Egitto è un Paese di primaria importanza per l’Italia da numerosi punti di vista. Per chi come noi è in prima linea nel fronteggiare l’emergenza migranti, è quanto meno rischioso non coltivare relazioni col Paese che svolge un ruolo centrale nella determinazione degli equilibri libici. Partner strategico dell’uomo forte della Cirenaica, quel generale Haftar che ha minacciato di bombardare le nostre navi in missione nelle acque libiche, l’Egitto deve essere persuaso a collaborare con noi nella risoluzione di una crisi che perdura da troppo tempo. L’ambasciatore Giampaolo Cantini avrà dunque il compito di coinvolgere il presidente egiziano Al Sisi in un percorso costruttivo finalizzato a riportare stabilità in un Paese, la Libia, in cui rischia in ogni momento di deflagrare con conseguenze sui nostri confini. L’Egitto è poi un attore fondamentale nel contrasto al flagello dei nostri tempi: l’estremismo islamico. Una minaccia che ha le sue radici proprio in quel Paese e che da lì ha irradiato le sue onde violente in tutto il mondo musulmano. La chiave per la vittoria contro uno dei più insidiosi nemici della pace si trova in Egitto, e ignorare tutto ciò sarebbe deleterio per chi, come l’Italia, è nel mirino delle reti del jihadismo globale. In Egitto, inoltre, abbiamo interessi economici enormi, come testimoniato dall’operato dell’Eni, mai venuto meno anche nei momenti di massima tensione tra Roma ed il Cairo. Si può, in nome di tali interessi, rinunciare al perseguimento della giustizia per un nostro concittadino trucidato in Egitto con la complicità di apparati istituzionali? Il governo italiano nega che una cosa escluda l’altra, e un uomo tutt’altro che accomodante come il Procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone ha appena sottoscritto l’impegno dei magistrati egiziani nel trovare l’agognata verità sul caso Regeni. Al nostro ambasciatore Cantini il compito, ora, di assicurare agli italiani che la sua missione al Cairo tutelerà gli interessi di tutti i connazionali, nessuno escluso.

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