Ungheria e dintorni, rompicapo gialloverde

Il Piccolo
Sabato 15 settembre 2018

Con un sussulto d’orgoglio, l’Europarlamento censura a grande maggioranza la “democrazia illiberale” teorizzata e praticata in Ungheria da Viktor Orbán. Per la prima volta nella sua storia, l’emiciclo di Strasburgo invoca contro uno Stato membro l’articolo 7 del Trattato dell’Unione Europea, concepito per difendere la democrazia e lo stato di diritto dall’arbitrio di governi autoritari. Si tratta, tuttavia, di un atto puramente simbolico: eventuali provvedimenti sanzionatori dovranno essere presi all’unanimità dai capi di Stato e di governo dei Ventotto. Eventualità assai improbabile, visto lo schermo protettivo assicurato ad Orbán da un altro paese in odore di illiberalismo, la Polonia. Lo spettacolo andato in scena a Strasburgo ha in ogni caso reso manifeste le contraddizioni che caratterizzano l’odierna Unione e i suoi protagonisti nazionali. Il partito di Orbán, Fidesz, fa parte del Partito Popolare Europeo. Il quale, pur avendo votato in gran parte – con l’eccezione di un manipolo di dissidenti, tra cui l’intero blocco di Forza Italia – contro l’Ungheria, non sembra ansioso di espellere dai suoi ranghi la formazione ribelle. Troppo prezioso il bacino di voti che Fidesz porterà al mulino del Ppe alle elezioni europee del prossimo maggio, in cui i cristiano-democratici puntano alla vittoria. Ma un eventuale trionfo degli europopolari si consumerà all’insegna di un vistoso paradosso: l’esistenza, in seno alla compagine, di un partito che non solo nutre valori antitetici a quelli delle altre componenti, ma mira esplicitamente a rifare l’Unione a sua immagine e somiglianza. Una missione sovversiva per la quale Orbán potrà contare anche sul sostegno dei principali rivali del Ppe, i partiti che si accingono a coagularsi nell’internazionale sovranista di cui Matteo Salvini vuole farsi campione. Il vicepremier italiano, i cui europarlamentari a Strasburgo hanno votato contro la condanna di Orbán, ostenta la sua sintonia con il leader magiaro e ne condivide il disegno disgregatore. Il calcolo di Salvini ed Orbán è semplice quanto spregiudicato: poiché il Ppe non otterrà la maggioranza alle prossime europee, non avrà altra scelta che allearsi coi sovranisti per governare insieme a loro le istituzioni di Bruxelles. Se tale eventualità dovesse materializzarsi, sarebbe la fine del Ppe e dell’Unione Europea, resi irriconoscibili da un radicale spostamento a destra e verso posizioni intolleranti. È una tentazione che nello stesso Ppe provoca accesi malumori. Le idee sovraniste sono quanto di più lontano da quelle dei padri fondatori dell’Unione, di cui il Ppe ama definirsi il custode. Un’Europa cristiana che si fa fortezza contro l’invasione via mare dei nuovi barbari: non può essere questo il paradigma popolare per governare l’Unione. Ne è testimone il voto schiacciante dei deputati Ppe a favore della condanna dell’Ungheria. L’occasione per fare chiarezza sarà il voto della mozione anti-Orbán in seno al Consiglio Ue. Dove anche il nostro governo dovrà prendere posizione. E visto che il M5S, a differenza della Lega, ha votato contro l’Ungheria, per il nostro primo ministro Conte si profila l’ennesimo rompicapo.

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