Unico rimedio contro l’uso del gas

Messaggero Veneto
Domenica 15 aprile 2018

Come Trump aveva promesso sin dal primo istante, la Siria è stata bombardata dagli Stati Uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. La punizione per il vile attacco chimico nella città di Douma è arrivata sotto la forma di bombe e missili di precisione che hanno colpito le installazioni militari usate dal regime per stoccare le armi di distruzione di massa. Uno strike isolato, per un messaggio potente al rais di Damasco: anche se stai vincendo la guerra civile, non puoi fare ciò che vuoi impunemente. L’uso di agenti chimici contro la popolazione civile in un conflitto è proibito dalle convenzioni internazionali. Questo Assad dovrebbe saperlo benissimo. Eppure più di una volta ha fatto spallucce ed ha gasato il suo stesso popolo. Andò così nel 2013, quando in un raid estivo Assad fece colpire Ghouta est con bombe al sarin che causarono centinaia di morti. Anche allora si levò alta la voce della comunità internazionale, e l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama promise una risposta rapida. Assad infatti aveva varcato la “linea rossa” che Obama aveva annunciato l’anno precedente: non usare armi di distruzione di massa contro i civili, altrimenti interveniamo. Ma dopo una lunga e imbarazzante esitazione, Obama fermò gli aerei sulla rampa di lancio. Si decise infatti di dare seguito ad una proposta russa: in cambio dell’impunità, Assad avrebbe consegnato alla comunità internazionale l’intero arsenale di armi proibite a sua disposizione. Come possiamo notare oggi, Assad ha preso il mondo per il naso. Lungi dall’essersi liberato delle armi chimiche e aver così ottemperato all’accordo mediato da Mosca, il dittatore di Damasco pensò bene di conservare un quantitativo sufficiente di materia prima per azioni future. Che sono arrivate puntuali. È doveroso ricordare che già ad aprile dell’anno scorso Assad compì una delle sue nefandezze: fece bombardare con il gas sarin il villaggio di Khan Shaykun, provocando l’ennesima strage. Allora però alla Casa Bianca sedeva già Donald Trump, che anziché tentennare come fece Obama quattro anni prima, ordinò uno strike immediato sulla base da cui era partito l’aereo che aveva sganciato la bomba incriminata. Si può argomentare che né quel raid, né quello di sabato mattina sono stati ordinati dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’unico organismo che può deliberare in materia di uso della forza. E che quindi l’attacco alla Siria sia stato illegale, o comunque privo dei profili di legittimità attribuiti agli interventi militari decisi in sede Onu. Ma l’Onu ha più volte dimostrato la propria impotenza quando si tratta della guerra civile siriana. A febbraio il Consiglio di Sicurezza aveva approvato all’unanimità una risoluzione che ordinava il cessate il fuoco per un mese su tutta la Siria. Nessuno l’ha rispettata. La legittimità dello strike di sabato risiede non tanto nelle autorità che lo hanno ordinato, quanto nel fatto che si trattava dell’unico modo per ribadire un principio: non si possono usare armi chimiche nei conflitti. Resta un peccato che per sottolineare questa verità sacrosanta si sia stati costretti a ricorrere alla forza delle armi piuttosto che a quella del convincimento.

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