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YouTube effect: il caso delle strette di mano “proibite” di Mohammad Khatami

Marco Orioles

 

da: “La critica sociologica”, XLVI, 181, primavera 2012, pp. 89-103

 

1

La storia che racconteremo in queste pagine è, riteniamo, molto istruttiva da diversi punti di vista. Ci riferiamo alla visita, nel maggio 2007, dell’ex presidente iraniano Mohammad Khatami nella città di Udine e alle polemiche che ne sono scaturite, in particolare allo scandalo internazionale scoppiato inizialmente sul web e riverberatosi poi sulle pagine dei principali organi di informazione mondiali, uno scandalo legato alle strette di mano proibite di Khatami ad alcune donne udinesi, un atto ripreso dal cellulare di un anonimo cineamatore che ha poi pubblicato le immagini sul famoso portale YouTube. Questi ed altri risvolti, che riepilogheremo qui dopo averli lungamente trattati in una nostra recente monografia (nota 1), rievocano molto nitidamente alcuni paradigmi delle scienze sociali, in particolare per quanto riguarda la sociologia dei processi culturali e comunicativi. Questa vicenda, in altre parole, sollecita la rilettura di alcuni modelli interpretativi proposti negli ultimi anni dalla sociologia e da discipline attigue. Prima di indicare a quale letteratura ci stiamo riferendo, però, sarà necessario vedere i fatti, cominciando da quel viaggio che Mohammad Khatami ha fatto quattro anni or sono nella nostra penisola.

2.

Il 3 maggio del 2007, l’hojatoleslam Mohammad Khatami approda in Italia per una lunga tournee che toccherà diverse località del Belpaese. Il viaggio comincia dalla capitale, Roma, da cui si dipana un fitto calendario di incontri e iniziative, il cui momento clou è rappresentato senz’altro dall’udienza papale prevista per le ore 11 del giorno dopo. Ma, come recita il comunicato Adnkronos, «Khatami vedrà, oltre al Pontefice, anche il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, e il sindaco di Roma Walter Veltroni», cui va aggiunto l’ex presidente della Camera «Pierferdinando Casini, in qualità di presidente dell’Unione interparlamentare» (n. 2). Quindi, dopo un «breve saluto » al convegno «Dialogo interculturale: una sfida per la pace», cui è stato invitato dalla Pontificia Università Gregoriana, Khatami partirà per un tour «in altre città della penisola, dove avrà incontri con autorità civili e religiose»: Cassino, Napoli, Palermo, Milano, Bertinoro (Forlì), Bari e, infine, Udine, dove parteciperà alla kermesse Vicino/ Lontano. Identità e conflitti ai tempi delle differenze.

C’è grande fervore, insomma, intorno alla figura di Mohammad Khatami. Un’accoglienza dal clima benevolo che, però, non manca di suscitare un certo scetticismo, se non sconcerto, presso certi ambienti culturali e politici del nostro paese. L’editoriale di Dimitri Buffa, scritto su L’occidentale del 3 maggio, compendia abbastanza bene lo stato d’animo di chi non comprende del tutto le ragioni e l’opportunità di questa visita. Qualcuno considera […] Muhammad Khatami un moderato. Ma è facile essere considerati tali quando il paragone è con [l’attuale presidente iraniano e successore di Khatami] Mahmoud Ahmadinejad. Fatto sta che anche Khatami non si è mai fatto mancare niente in materia di antisemitismo, desideri espressi ad alta voce di distruggere Israele e odio per l’America e l’Occidente. […] Tanta festosa accoglienza per un uomo quanto meno ambiguo rispetto alla posizione oltranzista di Ahmadinejad, e che in passato esaltò gli attentati e gli attentatori suicidi, oltre ad aver finanziato apertamente gli Hezbollah ed Hamas durante la propria presidenza, è quanto meno sospetta.

Sono note stonate e stridenti, quelle di Buffa, che però non riescono a scalfire l’entusiasmo per il viaggio di Khatami. Tanto più che l’ex presidente iraniano, oltre che per il suo calibro di statista, viene orgogliosamente presentato come il presidente di una fondazione che porta un nome ammaliante: International Institute for Dialogue among Cultures and Civilisations. Dialogo tra civiltà e culture, dunque, sono il biglietto da visita del presidente di un Istituto che, come leggiamo nel sito web dell’organismo, vuole promuovere un dialogo all’insegna di «diversi obiettivi chiave: creare le basi per un dibattito pacifico e costruttivo tra le nazioni, realizzare un contesto in cui le civiltà possano imparare le une dalle altre i rispettivi punti di forza e debolezza, rimpiazzare la fame, il biasimo e il pregiudizio con la ragione, l’equità e la tolleranza, e facilitando uno scambio dinamico di esperienze tra le culture, le religioni e le civiltà» (nota 4). Di quale natura sia il dialogo che l’alto chierico iraniano propone ai suoi estimatori traspare bene dai comunicati stampa che trapelano dopo l’udienza papale. Khatami avrebbe indicato, tra le priorità del mondo contemporaneo, «l’eliminazione del terrorismo ma anche delle grandi guerre convenzionali, quelle guerre che oggi cercano di minimizzare e nascondere una terribile crudeltà e barbarie con la scusa di dover dare permanente attenzione ad un’altra forma di crudeltà e barbarie, che è il terrorismo» (nota 5). Dell’incontro tra Khatami e Benedetto XVI, l’agenzia ufficiale iraniana irna decide inoltre di offrire un diverso resoconto, sicuramente illuminante.

Papa Benedetto XVI in Vaticano questo venerdì ha posto l’accento sul diritto dell’Iran all’uso dell’energia nucleare per scopi pacifici. […] In merito ai problemi della Palestina, l’ex presidente [Khatami] ha dichiarato: “Si dovrebbe ammettere che i piani di pace portati avanti finora non sono stati equi. E che coloro che dicevano di stare attuando quei piani non sono stati né equilibrati né imparziali”. Khatami ha anche condannato duramente la prosecuzione dell’occupazione dell’Iraq da parte degli usa e dei suoi alleati, aggiungendo che l’occupazione dell’Iraq ha intensificato l’insicurezza, l’estremismo, il terrorismo e causato massacri di centinaia di migliaia di persone innocenti in quel paese (nota 6).

Scontando lo zelo di quest’ultima fonte, è evidente che il dialogo auspicato da Khatami ha tratti decisamente originali. Dal confronto, a quanto pare, non può rimanere esclusa la ferma rivendicazione del diritto dell’Iran al nucleare, diritto che il Papa avrebbe curiosamente avallato a dispetto della forte opposizione da parte della comunità internazionale. Impossibile inoltre, per l’ex presidente, imbastire un confronto con quei paesi che si starebbero prodigando non per la pace ma per seminare il caos in Medio Oriente: gli usa e Israele. L’udienza papale, insomma, offre a Khatami una tribuna d’eccezione per lanciare singolari messaggi. E non sarà l’unica occasione per farlo. Il balletto delle dichiarazioni pungenti proseguirà per tutto il viaggio italiano di Khatami. Con il primo ministro Prodi, ad esempio, l’ex presidente si lamenta che gli Stati Uniti diffondono «messaggi di violenza» (n. 7). Con il ministro D’Alema, Khatami dichiara che «gli iraniani non possono ignorare il loro diritto inalienabile all’uso dell’energia nucleare» (n. 8). Sempre con D’Alema, inoltre, Khatami sottolinea «che minacce e sanzioni non possono costringere gli iraniani ad ignorare il loro diritto ad avere l’energia nucleare» (n. 9) A Milano, invece, Khatami precisa che lo «scopo principale del dialogo tra le culture è di isolare quegli estremisti che diffondono guerra e violenza nel mondo», a partire da quei «neoconservatori» americani – citati esplicitamente dal chierico – che non hanno avuto remore a promuovere il disordine con le improvvide guerre in Afghanistan e in Iraq.

Insomma, singolari dichiarazioni per un personaggio che si presenta come uomo di pace. Che rivendica senza sfumature il diritto iraniano al nucleare, evitando di offrire rassicurazioni circa il preciso obiettivo di questo diritto. Che approfitta di ogni occasione per attaccare Israele e Stati Uniti, additati come «estremisti» e sabotatori di una pace che, a questo punto, non si capisce bene cosa possa significare. In breve, il paradigma del «dialogo tra le civiltà» proposto da Khatami lascia quanto meno dubbiosi, se non sospettosi, rivelandosi come un escamotage per snocciolare una visione del mondo unilaterale e niente affatto conciliante.

3.

Dopo un’intensa settimana in giro per l’Italia, l’11 maggio Khatami approda finalmente a Udine, pronto ad articolare di nuovo la sua peculiare parabola del «dialogo tra le civiltà». La sua conferenza pubblica, inserita come evento clou del programma del festival “Vicino/Lontano”, è prevista per la mattina del giorno successivo. All’appuntamento, secondo la stima dell’organizzazione, è presente un migliaio di persone. Introdotto con orgoglio dal direttore culturale di “Vicino/Lontano” e dal giornalista chiamato a svolgere il ruolo del moderatore, Khatami si accinge ad affrontare la platea. E lo fa con un piccolo colpo di scena. «Vorrei leggere ciò che ho preparato», sono le sue prime parole, precedute dal rituale ringraziamento divino, «dopo di che possiamo parlare sul tema. Sicuramente le opinioni delle persone presenti sono preziose» (n. 1o).  Non male per un ex capo di stato, come sottolinea Carbonetto sul «Messaggero Veneto», offrirsi «senza alcun[a operazione] preventiva alle domande» del pubblico (n. 11).

Sarà proprio dai quesiti del pubblico che verranno fuori gli spunti più interessanti. Il discorso di Khatami, probabilmente riciclato da uno dei tanti convegni a cui egli ha partecipato in giro per l’Italia, si rivela infatti immediatamente troppo ricamato, infarcito di luoghi comuni e soprattutto incapace di uscire dalla genericità. «Tutti noi dobbiamo cercare tutti insieme un mondo più giusto» è, ridotto all’osso, il messaggio dell’ex presidente.

Ma il pubblico apprezza. E accoglie entusiasticamente i consigli di Khatami. Una dimostrazione di questa ammirazione emergerà dalle domande che saranno poste all’ospite al termine dei quarantacinque minuti circa di discorso, e dopo i pochi minuti di blandizie riservategli dal moderatore. Si tratta di quesiti innocui, più segnali di approvazione che altro. Nessuno insomma, né il moderatore né il pubblico, si rivela capace di sfidare Khatami, di indurlo ad entrare più a fondo nel merito della sua proposta di dialogo Oriente-Occidente. Dopo le prime domande, l’ospite è visibilmente rilassato. Lo è a tal punto che, improvvisamente, prorompe in un’esternazione degna di nota. «È tutta maschile la nostra platea? […] Almeno qualche donna renda più grazioso il nostro incontro con qualche parola».

Khatami intende dunque confrontarsi con una cittadina, e dunque presumibilmente toccare il tema più ostico per un rappresentante della Repubblica islamica, quello delle donne. A tal proposito, i lettori conoscono molto bene la situazione iraniana, ben sintetizzata dalle parole della nota attivista per i diritti umani Shrin Ebadi: le donne in Iran sono considerate «non persone». (n. 12). Ne sa qualcosa anche la nostra Farian Sabahi. «A [trenta] anni di distanza» dal rovesciamento dello shoah e dalla nascita della Repubblica islamica, scrive Sabahi nella sua recente Storia dell’Iran, «le donne che hanno fatto la rivoluzione sono ormai stanche dei mille soprusi» che subiscono in quel paese (n. 13) Sentiamo invece cosa ne pensa Khatami, su sollecitazione di una domanda femminile giunta dall’uditorio:

[In Iran] un evento importante è avvenuto proprio nel campo delle donne. Da circa sette anni il tasso di iscrizione di donne all’università è stato superiore al 60%. Nei campi direzionali, quando sono diventato presidente il 3% era composto da donne, quando me ne sono andato era al 7%. Un certo numero di rettori di università sono donne. Io stesso ho confermato la dirigenza femminile di moltissime grandi aziende. Per la prima volta ho portato due donne nel gabinetto del governo. Abbiamo aumentato in modo consistente le risorse a disposizione delle studentesse fuori sede. Però sono d’accordo con voi, le donne del nostro paese non hanno ancora ciò che si meritano. Ma ricordatevi di una cosa quando pensate a questo problema: in un paese vicinissimo a noi, che ha anche ottimi rapporti, anche un accordo con gli Stati Uniti d’America, le donne non hanno ancora il permesso di prendere la patente e nel nostro paese invece non solo hanno un ruolo attivo in politica, gli è concesso, ma rivendicano anche molto.

Secondo Khatami, insomma, le donne in Iran non stanno così male. Le sue discutibili affermazioni gli varranno un caustico articolo su «Il Messaggero» di Roma: l’ex presidente «ha rivendicato con orgoglio i meriti della rivoluzione islamica anche sull’insospettabile fronte dell’emancipazione femminile» (n. 14). Ma se questo è il clima che si è instaurato nella ex Chiesa di San Francesco, comprendiamo benissimo come mai trasporto:

Presidente, sono stata davvero commossa dal suo discorso. Mi permetta di dirle che lei ha volato veramente alto [applausi]. Questo è stato un discorso illuminato, spirituale: coi lillipuziani che abbiamo in Occidente abbiamo bisogno di persone come lei.

Noi «lillipuziani» occidentali abbiamo bisogno di persone come Khatami: questo conciso e semplice concetto, scandito con evidente ammirazione, è il perfetto emblema della sindrome culturale di cui soffre oggi l’Occidente. Ma di questo parleremo dopo. Per ora, concludiamo questa parte sottolineando – come scrive il «Messaggero Veneto » – che dopo «due ore abbondanti di confronto [che hanno] aperto spiragli di comprensione necessari per ragionare su temi che sono di grande importanza per noi» (n. 15). Khatami è costretto ad interrompere l’idillio col popolo udinese. Il pubblico gli tributa una «standing ovation, durata ben più di un lungo minuto».2 Khatami ora si avvia verso l’uscita, pronto per un bagno di folla. Per quasi dieci minuti, il chierico si intrattiene sul sagrato della Chiesa. Molte persone gli si avvicinano per ringraziarlo o complimentarsi. Con alcune di esse l’ex presidente si sofferma lungamente, scambiando cordialità o ascoltando pazientemente i loro discorsi. Altri, più discretamente, si limitano a tendergli la mano, nel gesto più spontaneo che possa nascere in simili circostanze. Tra coloro che allungano il braccio in direzione di Khatami, gli iraniani rimasti in patria, ma virtualmente collegati con Udine grazie ai video amatoriali pubblicati su YouTube di cui parleremo più avanti, scopriranno ben presto una presenza sconcertante: la presenza di donne.

4.

Osannato dalla stampa e dal pubblico udinese, Mohammad Khatami si lascia andare e compie un gesto considerato tabù nel suo paese di origine: stringe le mani ad alcune donne con cui non ha alcun rapporto di parentela. Una svista, peraltro aggravata da un altro fattore che ci viene ben spiegato dal direttore dell’agenzia Adnkronos International Ahmad Rafat. «A Udine», osserva Rafat, «Khatami non aveva messo in conto lo sviluppo tecnologico e l’immenso potere dell’autostrada informatica. I suoi “consiglieri” avevano chiesto, e ottenuto, l’assenza delle telecamere televisive durante il bagno di folla di Khatami per le strade di Udine. Loro non immaginavano che foto scattate dalla folla e le immagini registrate con i telefonini sarebbero potute finire su YouTube e trasformare questa passeggiata in uno scandalo dalle dimensioni internazionali» (n. 16).

Il fatto è questo: in mezzo alla «folla» che si accalca intorno a Khatami ci sono delle persone munite di telefonino con videocamera. Chi scrive fa parte di questa categoria di persone. Dopo l’evento, il sottoscritto ha pubblicato su YouTube tutto il materiale girato con il proprio cellulare: dai contenuti della conferenza, alle domande e risposte col pubblico, sino a quei fatidici dieci minuti conclusivi in cui Khatami, tra le altre cose, stringe le mani a cinque anonime donne udinesi. Quest’ultimo video viene intitolato Khatami Exit-2.1. Questo e gli altri filmati vengono caricati nel famoso sito americano pochi giorni dopo l’evento, e passano pressoché inosservati per quasi un mese. Sino a quando, in Iran, qualcuno se ne accorge. E, consultandoli, si rende conto che al loro interno ci sono ben cinque atti “impuri” e contrari alla stringente legge islamica vigente in territorio persiano. Atti compiuti peraltro, ed è un’aggravante di non poco conto, da un uomo che per giunta ricopre un’importante carica religiosa all’interno del clero iraniano, quella di hojatoleslam – un gradino sotto la posizione di ayatollah.

Ricostruiamo allora la sequenza di questi sviluppi. Intorno ai primi di giugno, uno dei filmati del repertorio caricato su YouTube, nella fattispecie Khatami Exit-2, comincia a registrare un numero insospettabilmente elevato di visualizzazioni. Da poche centinaia di click che aveva registrato sino a quel giorno, il video ne comincia a contare diverse migliaia nel giro di poche ore. Per lunghi giorni, chi scrive rimane attonito di fronte alla esponenziale crescita dei click di Khatami Exit-2. Ci penserà l’Agence France Presse, con un suo lancio della mattina dell’11 giugno, a squarciare il mistero:

Un giornale iraniano questo lunedì [10 giugno] ha lanciato un attacco all’ex presidente riformista Mohammad Khatami di cui si dice che avrebbe stretto le mani a delle donne durante una visita in Italia lo scorso mese. “Recentemente è circolato su internet un video che mostra un’ex alta carica dello stato in visita in Italia, mentre stringe le mani a diverse donne e giovani fanciulle”, ha dichiarato il quotidiano Siasat-e Rouz, uno dei giornali più ultra-conservatori dell’Iran. “Non vogliamo pubblicare l’indirizzo del sito internet dove questo film può essere visionato, per evitare di propagare la corruzione nella società”, ha aggiunto. Il giornale ha accuratamente evitato di nominare Khatami sebbene sia l’unica “ex alta carica di stato” ad aver visitato l’Italia negli ultimi mesi. […] In base alla legge della sharia, è proibito per un uomo avere alcun contatto fisico con una donna a cui non sia imparentato. […] In patria o nei viaggi all’estero, i funzionari iraniani evitano accuratamente di stringere le mani alle diplomatiche straniere e, al più, piazzano la loro mano destra sul cuore per esprimere gratitudine (n. 17).

Grazie a questo comunicato, finalmente chi scrive riesce a ricostruire quanto è successo tra le pieghe del world wide web. Cominciando ad esplorare la rete, emergono i primi e significativi brani di questa storia. Intorno al 7 di giugno, alcuni internauti iraniani avevano scoperto l’esistenza di un video contenente le immagini di Khatami che stringe le mani ad alcune donne. Questi stessi soggetti avevano provveduto a informare il proprio pubblico nei rispettivi blog, presso i quali riportano e commentano la notizia e rendono note le coordinate del video. In particolare, il sito Ettelaat aveva addirittura copiato e riproposto il filmato, mettendo in primo piano i fotogrammi incriminati, presto copiatissimi e riprodotti in altri siti (n. 19). Si era acceso così, presso la blogosfera iraniana, un serrato dibattito cui partecipano tantissime persone, intente a discutere intorno alla liceità delle strette di mano di Khatami ovvero alla gravità del “peccato” da questi commesso.

Il dibattito, da virtuale, si fa presto tangibile con la pubblicazione dell’articolo del giornale iraniano Siasat-e-Rouz citato dall’Agence France Presse. Dal momento in cui quest’ultima offre alla notizia un respiro internazionale, la stampa di diversi paesi la raccoglie e la divulga presso le rispettive opinioni pubbliche. Lo stesso 11 giugno, la notizia arriva così anche in Italia. Ecco, ad esempio, il comunicato Agi:

Una stretta di mano a una studentessa italiana è costato a Mohammad Khatami l’anatema dei conservatori iraniani. L’ex presidente, che era in visita in Italia nei primi giorni dello scorso maggio, è stato accusato di violare la shari’a, nella parte in cui vieta qualsiasi contatto fisico tra un uomo e una donna, a meno che questi non siano sposati o facciano parte dello stesso nucleo famigliare. Il quotidiano iraniano Siassat-Rouz, senza citare esplicitamente Khatami, riferisce di un filmato “che mostra un alto notabile che, in visita in Italia, stringe la mano di diverse donne e ragazze” all’uscita di una università romana. Reperire il video su Internet è possibile ma Siassat-Rouz, perseguendo nella censura fino all’estremo di farla su se stesso, si rifiuta di pubblicarlo “per evitare la diffusione della corruzione nella società” (n. 20).

Salvo alcune imprecisioni, il comunicato ribadisce quanto sottolineato dall’Agence France Press: Khatami ha violato la shari’a, la legge coranica, durante il suo viaggio italiano. E lo ha fatto con un atto che tocca una delle corde più sensibili della cultura islamica: la sfera del rapporto tra i sessi. Un gesto sufficiente per suscitare «l’anatema» degli ambienti più conservatori del mondo persiano. Che si scatena immediatamente con una feroce campagna di stampa. Secondo la ricostruzione che ci ha fornito l’amico Ahmad Rafat, la pubblicazione dell’articolo di Siasat-e-Rouz il 10 giugno «immediatamente ha dato origine ad editoriali sui giornali iraniani, sui quotidiani conservatori radicali come Kayhan, il più influente, il quale ha accusato Khatami di non rispettare i basilari principi dell’Islam» (n. 21) Dell’atto offensivo commesso dall’ex presidente, conferma il nostro «Il Giornale», «ne parlano tutti i giornali» dell’Iran (n. 22).

In parallelo, continua la diffusione della notizia sulle pagine dei quotidiani di diversi paesi. In Occidente, ne parleranno tutte le grandi testate: da «Le Monde» all’«Independent», all’«Economist», al «New York Times», a «Der Standard» fino ai nostri «la Repubblica» e «Corriere della Sera». In Italia, un servizio del Tg1 racconterà ai telespettatori come Khatami rischi grossi guai per aver stretto delle mani a delle donne a Udine. Negli Stati Uniti, «Fox News» racconterà i principali sviluppi dello Handshakegate. Ma le fiammate sono particolarmente ardenti, soprattutto, sul web. I click di Khatami-Exit 2 aumentano vertiginosamente, raggiungendo nell’arco di pochi giorni quota 100 mila, mentre la discussione impazza. Nello spazio commenti del video, si accumulano centinaia di osservazioni degli utenti che si dividono presto in colpevolisti e innocentisti, Idem nei blog iraniani, e nel resto della blogosfera mondiale, dove la ghiotta notizia è sollecitamente riportata e commentata con varie sfumature di opinione presso innumerevoli siti.

Gli utenti iraniani della rete si dividono. I detrattori di Khatami lanciano i loro strali per la grave offesa all’Islam recata dall’ex presidente. I suoi sostenitori, invece, approvano entusiasticamente le strette di mano, intravedendo in esse un gesto consapevole di rottura nei confronti delle forti restrizioni dei costumi vigenti sotto il regime degli ayatollah. In ambiente occidentale, i blogger e i loro seguaci adottano invece per lo più un registro ironico, sottolineando l’assurdità della proibizione iraniana e, quindi, la natura retrograda degli ambienti conservatori che stanno condannando a gran voce Khatami.

Messo sotto pressione, Khatami è costretto ad uscire allo scoperto. E lo fa con un comunicato stampa rilasciato dalla Fondazione Baran da lui stesso presieduta. Questa reazione è stata riassunta bene da un lancio d’agenzia Adnkronos del 12 giugno, che riportiamo ampiamente:

Con un imbarazzato comunicato diffuso questa mattina la Fondazione Baran, creata dall’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, sta cercando di attenuare gli attacchi scatenati dalla stampa conservatrice dopo la pubblicazione su ‘YouTube’ di un filmato sulla recente visita di Khatami a Udine. Dalle immagini emerge come l’ex presidente, lasciando la sede della conferenza, stringa la mano ad alcune signore. Tanto è bastato alla stampa conservatrice per accusare Khatami di non aver rispettato la regola islamica che vieta il contatto fisico, anche una semplice stretta di mano, tra i non consanguinei di diverso sesso. Il filmato non è nuovo, ed era già stato trasmesso da emittenti locali. […] Eppure nel comunicato odierno si lancia l’ipotesi che si tratti di un fotomontaggio: in caso contrario, spiega la Fondazione Baran, Khatami avrebbe stretto le mani delle donne, senza accorgersi del loro sesso. “Certo, nella calca – ha dichiarato Sadegh Kharrazi, ex ambasciatore che accompagna Khatami nei suoi tour internazionali – è possibile che una mano sia stata stretta, ma l’ex presidente è contrario ad ogni contatto fisico tra i due sessi”. È una difesa disperata dal momento che nel filmato non si vede nessuna calca […].

L’«imbarazzato comunicato» di Khatami testimonia bene l’atmosfera che regna a Teheran e dintorni in queste ore. Cerchiamo di ricapitolare. L’hojatoleslam Khatami tenta di «scrollarsi di dosso un’accusa che, nell’attuale clima della repubblica islamica, può diventare micidiale»: oltraggio alla shari’a (n. 23). A puntare il dito su di lui sono le più importanti testate conservatrici del paese e molte fazioni radicali, cui vanno aggiunti tutti i sussulti registrati nella rete delle reti. In questo momento in Iran tutti conoscono il nome di Udine. Si sa soprattutto che, in questa ignota località italiana, Khatami, «al termine di una conferenza […] ha finito per stringere le mani di qualche studentessa» (n. 24). E, naturalmente, che esiste un video su internet «che lo inchioda alle sue responsabilità» (n. 25). Cosa fa, allora, Khatami? Con quella conferenza stampa in absentia organizzata alla Fondazione Baran, compie simultaneamente due gesti discutibili nonché in piena contraddizione tra loro. Denuncia anzitutto come un «fotomontaggio» il filmato di cui tanto si parla. Dunque, nega. Ammette però, per bocca del fido Sadegh Kharrazi, che «nella calca» tutto può essersi verificato. Anche «che una mano [sbagliata] sia stata stretta». Nessuno comunque insinui, fa dire ancora Khatami a Kharrazi, che sia stata intenzionalmente violata la shari’a. Per Kharrazi, «l’ex presidente è contrario ad ogni contatto fisico tra i due sessi». I sostenitori di Khatami rimangono molto delusi dalla presa di distanza del loro beniamino nei confronti del gesto udinese: la loro speranza di un atto di rottura con il divieto islamico è vanificata dall’assenza di coraggio dell’hojatoleslam, incapace di rivendicare a viso aperto quel che ha compiuto con le proprie mani.

Definirlo un disastroso esempio di crisis management è a questo punto, quasi un eufemismo. La condotta dell’ex presidente è inspiegabile, a maggior ragione davanti all’evidenza di Khatami Exit-2, oggetto di un pellegrinaggio virtuale da parte di migliaia di persone. Come osserva inoltre Il Messaggero, quella di Khatami è davvero una «difesa disperata, visto che nel filmato», diversamente da quanto affermato da Kharrazi, «non si vede nessuna calca, ed è evidente come [delle donne] vengano calorosamente salutate da Khatami alla fine del discorso pronunciato a Udine» (n. 26)

Al momento, dunque, Khatami sembra spacciato. La stampa iraniana l’ha messo alla berlina e senza esclusione di colpi. Uno particolarmente pesante gli viene inferto da Kayhan, il più influente quotidiano del fronte conservatore che sappiamo essere molto vicino al Rahbar, la Guida della Rivoluzione Ali Khamenei. In un obliquo editoriale vergato niente meno che dal suo temuto direttore Hassan Shariatmadari, Kayhan proporrà una lettura davvero originale della vicenda. Lo farà chiamando in causa una persona sinora mai evocata: Marco Orioles.

Shariatmadari sosterrà una tesi talmente inverosimile da apparire veritiera. Secondo Shariatmadari, Khatami sarebbe stato vittima a Udine di un’ingegnosa «trappola» tesagli da Marco Orioles, nella sua qualità non di cineamatore, bensì di agente della Cia e, particolare interessante, «collaboratore dei neoconservatori americani», nella fattispecie dell’American Enterprise Institute. Ringrazio per i titoli, che peraltro non possiedo. Mi chiedo però: e perché mai il sottoscritto avrebbe organizzato tutto questo, o ne avrebbe collaborato all’esecuzione? Ma è naturale, almeno nella prospettiva di un uomo come Shariatmadari: scopo della missione attribuita a questo sociologo di provincia era screditare Khatami, l’Islam, o la Repubblica Islamica, ad ovvio beneficio della superpotenza americana e, parole sempre di Shariatmadari, di tutti i «nemici della nostra rivoluzione e dell’Islam».

ùAlcuni giorni più tardi, si registra un ulteriore sviluppo, invisibile e però di grande rilievo: l’approdo dello scandalo su Wikipedia, la grande enciclopedia libera della rete. Alcuni anonimi internauti modificano la voce della biografia dell’ex presidente, collocando i propri appunti in un apposito paragrafo, chiamato appropriatamente: «2007 Hand Shaking Incident». Ecco il testo, comparso su Wikipedia, pressappoco il 16 giugno:

Nel maggio 2007, viene rilasciato un video che mostra Mohammad Khatami stringere pubblicamente le mani di diverse donne partecipanti ad una conferenza in Italia della quale era un relatore. Ogni contatto fisico tra persone di sesso opposto è considerato tabù in Iran sin dalla rivoluzione del 1979. Ad ogni modo, i video e le immagini che circolano su internet mostrano Khatami stringere le mani di diverse donne. […]. In Iran, [Khatami] è stato severamente criticato dalla stampa conservatrice per il suo “comportamento immorale”. In reazione, Khatami ha negato le strette di mano in una dichiarazione rilasciata dalla fondazione Baran di cui è il direttore. Khatami ha sostenuto che il film è falso. […]. Comunque, Sadegh Kharrazi, che lo ha accompagnato nel tour, ha confermato indirettamente le strette di mano. “Nella folla, è possibile che una mano sia stata stretta ma l’ex presidente è contrario a qualsiasi contatto tra i sessi”, ha detto Sadegh Kharrazi, un ex ambasciatore. […] Siti web vicini al governo ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad come Rajanew e Ansarnews riferiscono che un numero crescente di chierici nella città santa di Qom ritengono che Khatami debba essere condannato per il suo comportamento.

Dopo alcuni giorni dalla sua prima uscita pubblica, il caso Khatami non accenna a scemare. Anzi, come nota l’Adnkronos, l’episodio «ha creato un baccano in Iran che non dà segni di placarsi» (n. 27). Previsione azzeccata al millesimo: nell’arco di pochissimi giorni si udiranno nuovi boati.

Il primo boato è provocato da un preciso personaggio: Fatemeh Rajabi, la combattiva biografa ufficiale del presidente Ahmadinejad e moglie del portavoce del presidente, Gholam Hossein Elham, divenuto poi ministro della Giustizia. Indiscusso lo zelo della donna, come indiscussa è la sua viscerale antipatia per Khatami. Appare dunque più che comprensibile come la Rajabi decidesse di cavalcare l’appetibilissimo scandalo. E lo fa con la virulenza che le è propria. Scrivendo anzitutto, il 15 giugno, che «la storia dello sciismo in Iran non ha mai testimoniato tanta insolenza da parte di un membro del clero». Ma soprattutto, chiedendo con fermezza che l’ex presidente sia sottoposto a regolare processo dal Tribunale del clero e, auspicabilmente, condannato con la pena prevista: la rinuncia all’abito talare (n. 28).

L’appello della Rajabi a Khatami suscita una vasta ed immediata eco. Soprattutto, riferiscono i siti vicini al governo come Rajanews e Ansarnews, riscuote ampia approvazione, in specie presso le città di Qom e Mashad. A Qom un numero consistente di Ulema (i saggi) e Talabeh (studenti di teologia) scendono in piazza per protestare contro Khatami (n. 29). I dimostranti chiedono la condanna di colui che ha «stretto mani impure » e etichettano Khatami una «prostituta politica» (n. 30). Anche nella ‘santa’ Mashad, il 18 giugno viene indetta una manifestazione. Un gruppo di seminaristi e di esponenti di fazioni radicali, tra cui si distinguono le insegne di Hezbollah, si raduna all’ingresso del Tribunale del clero e chiede a gran voce la condanna di Khatami. Gli striscioni branditi dai presenti trasmettono bene l’umore della combriccola: «Morte ai nemici del clero», «Sconsacrate Mohammad Khatami». I partecipanti alle manifestazioni di Qom e Mashad, in poche parole, «sollecitano i giudici a difendere l’onore macchiato del clero» (n. 31).Per questo, consegnano ai magistrati una denuncia con le prove del misfatto: un cd con le immagini della vergogna.

Nella denuncia presentata al Tribunale del Clero i chierici sosterrebbero che Khatami ha inflitto «colpi pesanti e irreversibili alla nazione e alla costituzione della nazione». Il testo precisa infatti che, mentre Khatami «indossa la sua tunica sacra, appare in pubblico e, davanti ai mass media e ai network di propaganda, viola le norme e le leggi dell’Islam, flirta con le donne e tocca i loro corpi, e agisce in modo che è haram [proibito] dalle leggi e norme islamiche. […] Toccare i corpi di donne straniere, come appare dai video clip disponibili su internet, innesca una terribile crisi, propagando una cultura di devianza sessuale e crescente prostituzione».1 Insomma, il 20 giugno le agenzie di stampa possono battere una nuova notizia: le denunce sono state consegnate al tribunale del clero. Khatami, inshallah, sarà processato (n. 32).

7.

Ci sarebbero molte altre cose da raccontare, sulla visita di Khatami a Udine e sul successivo scandalo, che continuerà a tenere banco per parecchie settimane. Per mere ragioni di spazio siamo tuttavia costretti ad interrompere qui la nostra narrazione, rimandando al nostro libro per tutti gli approfondimenti. Abbiamo d’altro canto evidenziato gli elementi con cui condurre le nostre riflessioni conclusive. La prima concerne la questione del “dialogo tra le civiltà”.

Ora, è evidente che questo dialogo rappresenti una delle priorità del mondo contemporaneo, alle prese con quel processo di globalizzazione che sta mettendo sempre più a contatto tra loro le aree geoculturali del pianeta. Ugualmente evidente è che questo dialogo debba interessare due realtà come l’Occidente e il mondo islamico. «Le due civiltà infatti», come sottolinea Enzo Pace, «possono essere viste come grandi narrazioni collettive nelle quali l’una si è sforzata di rappresentare l’altra come l’antagonista irriducibile e viceversa», da cui un necessario sforzo di rilettura e ritessitura dei rapporti (n. 33). A maggior ragione, questo impegno deve essere intensificato in una stagione caratterizzata dalla guerra al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti, feriti dagli attentati dell’11 settembre (n. 34). e soprattutto dalle non ancora sopite ideologie fondamentaliste, radicate un po’ ovunque nell’universo islamico, che mantengono ben vivo il tema della contrapposizione frontale tra Islam e Occidente.

Infine, il tema del dialogo appare necessario anche alla luce dell’esistenza di un paradigma opposto, quello dello scontro delle civiltà proposto dal politologo americano Samuel Huntington (n. 35), che sin dalla sua uscita  ha goduto di ampia popolarità ma ha anche polarizzato la discussione, suscitando un vivo dibattito teso per lo più a destituire da ogni fondamento l’ipotesi, sostenuta apertamente da Huntington, di un pianeta islamico in rotta di collisione con l’Occidente.

Posto che il dialogo tra le civiltà appare una necessità, è tuttavia evidente che la responsabilità di condurre tale dialogo debba essere affidata ad interlocutori credibili e sinceri. Non sembra auspicabile, in altre parole, l’intervento in questo spinoso campo di soggetti che mal celano rancori e idiosincrasie, o che comunque si presentano all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale con un’aura poco credibile di dialogatori, un’identità contraddetta dalla forte discrasia tra le seducenti idee che questi soggetti professano e le opinioni pungenti e di segno opposto che non di rado sfuggono loro. Questo, a nostro avviso, è il caso di Khatami, che a dispetto dell’immagine di leader “riformista” guadagnata nei paesi occidentali, presenta più di qualche nota stonata nel suo curriculum, si lascia tentare spesso e volentieri dalla retorica antiamericana e antiisraeliana e non manca mai di accennare alle colpe accumulate dall’Occidente nei propri rapporti con l’Oriente. Il suo viaggio italiano ha confermato ampiamente questa contraddizione, così come ha confermato che presso di noi non mancano ingenui estimatori che non tengono conto di queste dissonanze, lasciandosi semmai rapire dall’immagine benigna astutamente costruita dal leader islamico coi suoi sontuosi proclami.

8. La nostra seconda conclusione riguarda lo scandalo delle strette di mano, o meglio, le modalità con cui si è manifestato. È stato, possiamo ben dirlo, un caso clamoroso di You Tube effect. Come ci spiega Moses Naìm, il cosiddetto ‘effetto YouTube’ consiste in «quel fenomeno per il quale dei video clip, spesso prodotti da individui qualsiasi, si diffondono rapidamente per il mondo grazie a siti per il video-sharing come You- Tube, Google Video e altri». Più che le conseguenze generali, è la valenza politica dell’innovazione ad interessare Naim. Il quale, a tal riguardo, osserva che, delle miriadi di filmati caricate ogni giorno, molte «hanno conseguenze politiche o hanno documentato tendenze importanti. […] Alcuni video rivelano delle importanti verità, sebbene altri diffondano disinformazione, propaganda o complete bugie. È tutto parte dell’effetto YouTube». Quest’ultimo rappresenta l’erede e la prosecuzione in era telematica del cosiddetto ‘effetto Cnn’, che consiste nell’aspettativa che, spiega ancora Naim, le «telecamere sempre accese, al di là del rischio di censura, avrebbe portato una più grande accountability e trasparenza ai governi e al sistema internazionale». Queste aspettative, in effetti, sono state in parte centrate: dal 1986, anno di partenza della celebre emittente satellitare all news di Atlanta, la politica estera si conduce con altri metodi, e molte stragi, frodi elettorali o sollevazioni popolari sono state documentate dalle telecamere della Cnn o della BBC. Ma né queste ultime, né qualsivoglia organo di informazione sarà – prosegue ancora Naim – «in grado di essere così onnipresente come milioni di persone che portano con sé cellulari in grado di girare dei video». Il fenomeno, inoltre, è ulteriormente amplificato da una «duplice eco. La prima si produce quando il contenuto dei video viene intercettato e riproposto dalle principali tv. La seconda eco si ha quando i siti internet fanno un uso a tamburo battente, per i propri fini di propaganda, di questo materiale, riuscendo a farne riprodurre i contenuti un po’ ovunque» (n. 36).

Questo è quanto accaduto con il nostro Khatami Exit-2. Girato con un semplice telefonino e caricato su YouTube, è stato scoperto celermente da anonimi internauti che sono riusciti a suscitare un ampio dibattito sugli atti “proibiti” di Khatami, un dibattito presto intercettato dai media tradizionali come le televisioni e la carta stampata che hanno rilanciato la notizia innescando roventi polemiche nelle piazze iraniane e, soprattutto, aumentando l’intensità e l’estensione geografica delle discussioni on line.

L’avvenimento, inoltre, costituisce una sorta di prefigurazione, di assaggio di quanto è accaduto negli anni successivi, a partire dal movimento della cosiddetta ‘Onda Verde’, coagulatosi a seguito delle contestate elezioni presidenziali in Iran nel 2009, e della più recente Primavera araba del 2011. Anche in queste occasioni, semplici cittadini dotati di telefonino, di un computer e di una connessione ad internet sono riusciti – grazie alle piattaforme disponibili sul Web come YouTube, Facebook e Twitter – ad innescare sommovimenti di piazza, a conferire visibilità alle proprie iniziative e ad alimentare un dibattito su scala globale, riuscendo a scavalcare la censura dei rispettivi regimi e fornendo così preziosi spunti alla stampa mondiale. Una giusta celebrità, ad esempio, ha acquisito il video che ritrae l’assassinio di una giovane manifestante iraniana, Neda Agha-Soltan, da parte di uno scherano del regime iraniano. Un filmato amatoriale, girato col cellulare e caricato su YouTube che ha fatto immediatamente il giro del globo, documentando la brutalità della repressione della sollevazione popolare da parte della dittatura e diventando il simbolo più appariscente dell’intera vicenda. Il video di Neda rappresenta peraltro la punta dell’iceberg di una rivolta che, da un punto di vista organizzativo, ha trovato in internet i propri puntelli. I manifestanti si aggregavano e si davano appuntamento attraverso il web, commentavano in tempo reale gli avvenimenti di piazza, rifornivano di immagini e di notizie i propri simpatizzanti così come gli organi di informazione dell’intero pianeta. Il movimento dell’Onda Verde, insomma, può ben essere considerato come il prodotto di un’era in cui le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno giocato un ruolo cruciale e strategico, conferendo a semplici cittadini la capacità di intervenire sul farsi degli eventi, di ritagliarsi un ruolo di protagonisti e di creare un circuito informativo i cui diretti beneficiari sono stati tanto gli stessi iraniani quanto le opinioni pubbliche mondiali.

Anche nel caso della Primavera araba, le nuove tecnologie hanno svolto una funzione fondamentale. La rabbia dei cittadini nei confronti dei propri oppressivi regimi ha trovato un potente catalizzatore nel web. Come sappiamo, gli oppositori sono riusciti a costringere le dittature della Tunisia e dell’Egitto a cedere il passo a colpi di manifestazioni indette via Facebook, di immagini e filmati riprodotti sullo stesso Facebook e su YouTube che ritraevano grandi masse intente a rivendicare libertà e giustizia, di comunicati e commenti fatti circolare istantaneamente via Twitter. La pressione generata da questi impulsi di libertà è stata tale da allargare a macchia d’olio la spinta rivoluzionaria, incoraggiando i cittadini tunisini ed egiziani ad aderire alle rivolte e impedendo agli stessi regimi di sopprimere violentemente la ribellione per timore di vedere i propri soldati ritratti su YouTube intenti a violare i diritti umani. Le immagini delle ribellioni diffuse via web, inoltre, hanno reso consapevoli i governi della comunità internazionale degli avvenimenti in corso e sono divenute così un efficace mezzo di pressione diplomatica affinché le autorità di Tunisia ed Egitto prendessero atto della situazione e ne traessero le debite conclusioni.

9.

Il nostro caso di YouTube effect e gli altri esempi che abbiamo fornito ci propongono, a questo punto, delle interessanti conferme ad alcuni importanti paradigmi teorici più o meno recenti delle scienze sociali. Ci riferiamo anzitutto al filone di cui fu capofila il celebre Marshall McLuhan per il quale ogni nuova tecnologia comunicativa innesca mutamenti nella dimensione socioculturale e nella vita politica, esattamente come fu per la stampa, la radio e la televisione (n. 37). E poi all’immagine della “terza ondata” di Alvin Toffler, che intravide precocemente nell’entrata in scena delle tecnologie digitali un giro di boa nella società contemporanea in tutte le sue dimensioni (n. 38). All’idea per cui l’avvento dei nuovi media stia generando una sorta di “ciberdemocrazia”, per quanto ancora limitata per lo più ad un incremento della partecipazione al dibattito politico da parte di opinioni pubbliche sempre più capillarmente informate dai nuovi media stessi e, soprattutto, divenute soggetti attivi nella produzione dell’informazione (n. 39). Alla prospettiva per cui la creazione del cosiddetto Web 2.0 abbia indotto una sorta di salto di qualità nella attuale società dell’informazione, come illustrato dalla crescente importanza delle interazioni comunicative rese possibili da social media e network come i già richiamati YouTube, Facebook e Twitter (n. 40). Alla posizione, elaborata già ai tempi in cui era la televisione a dettare legge, di chi ritiene che sia in atto un mutamento qualitativo nel campo della politica – l’avvento della cosiddetta new politics – a seguito dell’influenza degli strumenti della comunicazione di massa e, oggi, delle tecnologie digitali e della telematica in particolare (n. 41). Alla posizione habermasiana per la quale si starebbe lentamente delineando una sorta di sfera pubblica globale, in cui il dibattito pubblico tende a dispiegarsi sul piano mondiale, almeno per quanto riguarda specifiche issues (n. 42).  Sino alla visione di una forte accelerazione – resa possibile dai nuovi media – nella produzione e propagazione degli eventi, della cronaca e della storia, che costituisce una delle componenti di ciò che l’antropologo Marc Augé chiama l’era della “surmodernità” (n. 43).

Cinque semplici strette di mano, nell’era di internet, possono insomma provocare un polverone globale. E offrire a noi sociologi l’opportunità di riflettere sulle dinamiche dell’età contemporanea.

 


Note

  1. M. Orioles, Khatami in Italia, Dialogo con stretta di mano, Pasian di Prato, Campanotto, 2009.
  2. Iran: l’ex presidente Khatami in visita in Italia da domani. Invitato da Pontificia Università Gregoriana, vedrà anche Prodi e D’Alema, «Adnkronos», 2 maggio 2007.
  3. http://dialogue.ir/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1

  4. Papa: 30 minuti con Khatami che dice dialogo curi ferite, www. la Repubblica.it, 4 maggio 2007.

  5. Pope stresses Iran’s right to use pacific nuclear energy, «irna., 5 maggio 2007.

  6. In Italia l’ex presidente iraniano Khatami: Incontra il papa e Prodi, «Il Sole 24 Ore», 4 maggio 2007.
  7. Khatami confers with italian FM, head of inter-parliamentary union, «irna», 6 maggio 2007
  8. Ibidem.
  9. Le parole di Khatami possono essere riascoltate via internet nel video collocato sul portale YouTube, dal titolo SM Khatami’s speech in Udine – part i , http://www.youtube,com/watch?v=hZhSvE7PVhQ.
  10. G. Carbonetto, La meta è la democrazia, «Messaggero Veneto», 13 maggio 2007.
  11. S. Ebadi, Il mio Iran, Milano, Sperling&Kupfer, 2006, p. 153.

  12. F. Sabahi, Storia dell’Iran, Milano, Bruno Mondadori, 2006, p. 195.

  13. Khatami: in Iran le donne stanno meglio che in Iraq, www.il messaggero.it, 12 maggio 2007.

  14. G. Carbonetto, La meta è la democrazia, cit.
  15. Ibidem.
  16. A. Rafat, Il sacro turbante e le mani inpure, in M. Orioles, Khatami in Italia. Dialogo con stretta di mano, op. cit, 2009, p. 11.
  17. http://www.youtube.com/watch?v=CjE8RJ8g43o.
  18. Iran ex president criticised for “shaking woman’s hands”, Agence France Press, 11 giugno 2007.
  19. http://www.ettelaat.net/07-juni/news.asp?id=21983.
  20. Iran: stretta di mano a studentessa italiana, anatema su Khatami, Agi, 11 giugno 2007.
  21. A. Rafat, Il sacro turbante e le mani impure, op. cit., p. 132.
  22. Teheran, pena capitale per chi fa film “porno”, «Il Giornale», 16 giugno 2007.
  23. R. Guolo, Iran, scontri di potere, «La Repubblica», 14 agosto 2007.
  24. «La Repubblica», 12 giugno 2007.
  25. A. Colombo, Fondamentalisti contro Khatami: “Ha toccato donne italiane”, «Libero», 22 giugno 2007.
  26. Khatami sotto accusa: fra i contatti ‘vietati’ c’è anche una stretta di mano alla signora Nonino, «Il Messaggero », 12 giugno 2007.
  27. Iran, Khatami says video in which he shake women’s hand was edited, «Adnkronos International», 21 giugno 2007.
  28. Iran, Khatami’s cleric status at risk over handshake with italian women, «Adnkronos International», 15 giugno 2007.
  29. Iran, Khatami’s cleric status at risk over handshake with italian women, «Adnkronos International», 15 giugno 2007; Iran, Khatami stringe mano signora, integralisti chiedono rinuncia abito talare, «Yahoo! News», 15 giugno 2007.
  30. Iran, lawsuit filed against ex president for shaking women’s hand, «Adnkronos International», 20 giugno 2007.
  31. V. Sepehri, Iran: Reformists Discern Hostility With Less Than A Year To Elections, «Radio Free Europe/ Radio Liberty», 25 giugno 2007: http://www.rferl.org/content/article/1077321.html.
  32. Hardline clerics file complaint against former president Khatami, «Rooz», 8 agosto 2007.
  33. Iran, lawsuit filed against ex president for shaking women’s hand, «Adnkronos International», 20 giugno 2007; Ex presidente denunciato per aver stretto la mano a delle donne italiane, «Peace Reporter», 20 giugno 2007.
  34. E. Pace, Islam e Occidente, Roma, Edizioni Lavoro 1995, p. 93. Siamo naturalmente del tutto concordi con Pace quando sottolinea che, «quando parliamo di Occidente e Islam tout court, in realtà indichiamo tipi ideali, astrazioni “alla Weber”, comode per intenderci e orientarci nell’analisi della realtà, ma nulla più: la realtà come si suol dire è, per fortuna, più ricca e complessa degli schemi sociologici». Ivi. p. 124 4 Sugli attentati dell’11 settembre 2001 e la loro matrice religiosa è stato scritto di tutto e di più. Una bibliografia estensiva è dunque impossibile. Meglio perciò accontentarsi di poche ma utili segnalazioni, come ad esempio: P. Berman, Terrore e liberalismo, Torino, Einaudi, 2004; R. Guolo, L’Islam è compatibile con la democrazia?, Roma-Bari, Laterza, 2004; F. Halliday, Two Hours that Shook the World. September 11, 2001: Causes & Consequences, London, Saqi Books, 2002. Impossibile poi non rimandare a Terrore al servizio di Dio. La Guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre 2001, a cura di T. Seidensticker e H. G. Kippenberg, Macerata, Verbarium – Quodlibet 2007, una lucida analisi del testi ritrovati nei bagagli dei dirottatori dell’11 settembre. La conclusione dello studio è ben compendiata nelle parole dell’Introduzione di Hans G. Kippenberg (ivi: 14). «Mentre riguardo alla maggior parte degli attentati di militanti musulmani non sappiamo nulla circa i loro possibili motivi e circa la loro interpretazione del proprio operato, le cose stanno diversamente per quanto riguarda […] gli attentati dell’11 settembre. Qui esiste un documento ampiamente significativo circa i motivi e il modello di interpretazione. Ne viene fuori che l’Islam, o le religioni, non sono affatto marginali».
  35. S. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano, Garzanti, 1996.
  36. M. Naím, The YouTube Effect, «Foreign Policy», gennaio/febbraio 2007. Sul cosiddetto effetto Cnn rimandiamo a K. Auletta, Raiding the Global Village, in Do the Media Govern? Politicians, Voters, and Reporters in America, a cura di S. Iyengar e R. Reeves Sage, Thousand Oaks, London & New Delhi, 1997; S. Livingston, Clarifying The Cnn Effect: An Examination of Media Effects According to Type of Military Intervention, The Joan Shorenstein Center on the Press, Politics & Public Policy, «Research paper R-18», June 1997; B. Zelizer, CNN, the Gulf War, and Journalistic Practice, «Journal of Communication», vol. 42, n. 1, inverno 1992.
  37. M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, Garzanti, 1977. Vedi anche G. Giovannini, Dalla selce al silicio. Storia dei mass media, Torino, Gutenberg 2000; J. Meyrowitz, Oltre il senso del luogo: come i media elettronici influenzano il comportamento sociale, Milano, Baskerville, 1995. 2 A. Toffler, The Third Wave, New York, William Morrow & Company, 1980.
  38. Cyberdemocracy. Technology, cities and civic networks. R. Tsagarousianou, D. Tambini, C. Bryan, eds, London & New York, Routledge, 1998; cfr. anche L. K. Grossmann, La repubblica elettronica, Roma, Editori Riuniti, 1997.
  39. Participative web and user-created content: web 2.0, wikis and social networking, Paris, OECD 2007; C. Formenti, Web 2.0: un nuovo racconto e i suoi dispositivi, Milano, Il Saggiatore, 2010; Network effect: quando la rete diventa pop, a cura di L. Mazzoli,Torino, Codice, 2009; A. Spadaio, Web 2.0: reti di relazione, Milano, Ed. Paoline, 2010.
  40. Di new politics ha parlato ad esempio già Mass media and American Politics, D. A. Graber ed., Washington, D.C., Congressional Quarterly Press, 1980: e Media Power in Politics, Id. ed., Washington, D.C.; Congressional Quarterly Press 2000. Per un contributo più recente vedi E. Cioni, A. Marinelli (a cura di), Le reti della comunicazione politica: tra televisioni e social network, Firenze, Firenze University Press, 2010.
  41. I. Volkmer, Journalism and Political Crises in the Global Network Society, in Journalism After September 11, B. Zelier, S. Allan eds., London & New York, Routledge, 2002.
  42. Cfr. soprattutto Il senso degli altri. Attualità dell’antropologia, Milano, Bollati Boringhieri 1995. dove, Augé propone il suo concetto di surmodernità, definita come l’esito di tre «eccessi»: eccesso di tempo, inteso come «sovrabbondanza di fatti» trattati dai media che danno forma ad una storia accelerata in cui «è difficile trovare un filo conduttore» (p. 116); eccesso di spazio, nel senso per cui i media ci «proiettano istantaneamente dall’altra parte del mondo», procurandoci la sensazione di «essere coinvolti da ciò che nello stesso momento accade all’altro capo della terra», una situazione cui consegue il «restringimento del pianeta » e la capacità dei nuovi media elettronici «di darci la sensazione di essere raggiunti dalla storia» (p. 116); infine, un eccesso di individualismo, considerato come una conseguenza dei due eccessi precedenti.

Anno di Pubblicazione

2012

Editore

La critica sociologica

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