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Diplomazia in action. Pompeo fa tappa in Afghanistan e rassicura Usa e alleati

Pubblicato il 10/07/2018 - Formiche

Reduce da una complicata tappa in Corea del Nord, cui farà seguito il non meno rovente summit Nato di Bruxelles, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo infila nel suo nuovo viaggio all’estero un blitz a sorpresa in un altro punto della terra in cui gli Stati Uniti sono alle prese con un dossier spinoso: l’Afghanistan.

Prossima a girare la boa dei 17 anni, la guerra più lunga in cui l’America si sia mai avventurata è in stallo. I talebani non rinunciano al loro sogno di restaurare l’Emirato islamico, caduto nel 2001 a seguito dell’operazione Enduring Freedom lanciata dall’allora presidente George W. Bush. E non appaiono affatto intenzionati a sotterrare l’ascia di guerra e ad avviare i colloqui di pace su cui insistono sia il presidente afghano Ashraf Ghani che l’amministrazione Usa.

Fu proprio per imprimere una svolta a questa situazione incancrenita che Donald Trump lo scorso agosto varò un nuovo piano strategico. Piano che corre su un doppio binario: rafforzamento del dispositivo militare statunitense, concretizzatosi con l’invio di nuovi contingenti, tramite cui esercitare la massima pressione sui talebani affinché si rendano conto di non poter vincere e accondiscendano a venire a patti con Kabul.

A detta di Pompeo, che ha intrattenuto i giornalisti in una conferenza stampa cui ha preso parte anche Ghani, il nuovo approccio americano starebbe producendo risultati. “Sono venuto qui oggi”, ha affermato l’ex capo della Cia approdato a Foggy Bottom lo scorso aprile, “per apprendere i progressi che abbiamo fatto. La mia conclusione da questa visita è che la strategia del presidente sta davvero funzionando”.

Il Segretario di Stato si è detto convinto che la scelta di Trump di rinunciare ad un impegno incentrato su una specifica timeline, come voluto dal predecessore Barack Obama, e di continuare le operazioni militari in funzione dei risultati ottenuti sarà, alla fine, vincente. Ma i calcoli dell’amministrazione si scontrano con l’ostinazione dei talebani, che continuano a rifiutare la mano tesa dagli Usa e da Ghani e subordinano ogni prospettiva negoziale al ritiro immediato delle truppe straniere. Gli insorgenti, inoltre, vogliono trattare solo ed esclusivamente con gli americani, rifiutando di discutere con gli esponenti di ciò che considerano un “governo marionetta”.

Gli Usa tuttavia ribadiscono la propria linea: eventuali colloqui di pace, ha affermato Pompeo, devono essere “guidati dagli afghani” stessi. L’America può tutt’al più “supportare, facilitare e partecipare” ai negoziati. “Il ruolo americano sarà importante in questo”, sottolinea il capo del Dipartimento di Stato, ma solo sotto la forma di un sostegno esterno. “Noi non possiamo guidare i colloqui di pace”, è la conclusione del Segretario, “non possiamo risolvere questo da fuori. Siamo preparati” semmai “ad aiutare il popolo afghano a risolvere le loro differenze e a fornire un posto in cui tutto il popolo afghano possa far sentire la propria voce”.

L’amministrazione Trump è convinta che i talebani, alla lunga, cederanno. Che non convenga nemmeno a loro protrarre un conflitto che né l’una né l’altra parte sono in grado di risolvere a proprio favore. E che è interesse comune porre fine a quarant’anni di guerre che hanno prostrato il popolo afghano.

“La regione e il mondo sono stanchi di ciò che sta succedendo qui allo stesso modo in cui il popolo afghano non è più interessato nel vedere la guerra”, evidenzia Pompeo. Che si dice “molto incoraggiato” da ciò che è accaduto un mese fa, quando il presidente Ghani ha proclamato un cessate il fuoco unilaterale in occasione della festività islamica di fine Ramadan. Le scene dei militanti islamisti che hanno fatto la loro comparsa in varie città e villaggi, accolti con calorosi abbracci dai soldati dell’esercito afghano e dai semplici cittadini, rappresentano secondo Pompeo un segnale eloquente. È stata l’opportunità per toccare con mano i sentimenti reali degli afghani.

Ma si è trattato di un entusiasmo effimero. I talebani si sono rifiutati di estendere la tregua, come proposto da Ghani. E hanno rigettato la simultanea richiesta di aprire un negoziato, optando per l’immediata riapertura delle ostilità. Da allora, è ripresa la conta dei morti, che segna anche la scomparsa di un militare americano, Joseph Maciel, caduto pochi giorni fa in quello che la stampa Usa ha definito un “insider attack”. È la terza vittima Usa dall’inizio dell’anno.

A dispetto degli sforzi profusi, convincere i talebani a collaborare sarà impresa ardua. I militanti sentono di avere infatti il vento in poppa. Come emerge da uno studio pubblicato a giugno dall’Overseas Development Institute, il movimento ha rafforzato il proprio controllo in vaste aree del paese, dove ha messo in piedi un “sofisticato sistema di governo parallelo” che include agenzie che si occupano di sanità, fisco e giustizia. Una sorta di mini-stati conficcati nel cuore dell’Afghanistan, dove i talebani fanno il bello ed il cattivo tempo senza che Kabul possa fare alcunché.

È anche per questo che Ghani, al fianco di Pompeo, ha usato ben altri toni. “Se pensiamo di poter risolvere in un giorno una crisi vecchia di quarant’anni, non siamo realistici”. Il presidente afghano spiega che, grazie alla nuova strategia americana. “noi membri del governo siamo stati in grado di (…) articolare un’integrale agenda di pace”. Che richiede però “il coinvolgimento” di tutte le parti in causa”. E giacché questo coinvolgimento, da parte dei talebani, non è pervenuto, non resta che proseguire la guerra d’attrito prevista dalla Casa Bianca. E sperare che, alla lunga, i talebani si facciano meno irriducibili. Una scommessa su cui Trump ha investito il suo capitale politico. Ma sui cui risultati si possono nutrire legittimi dubbi.

Dopo la tappa afghana, il tour del presidente Pompeo – che culminerà con la partecipazione al vertice Nato di Bruxelles – prosegue in direzione Abu Dhabi, dove incontrerà il potente principe Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Sarà l’occasione per discutere di un’altra grana per gli Stati Uniti, che sostengono (sebbene from behind) la guerra lanciata dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita per liberare lo Yemen del Nord dalle milizie filo-iraniane degli Houthi. Un altro conflitto senza sbocchi che sta mettendo in serio imbarazzo l’amministrazione Trump, accusata di complicità nella devastante crisi umanitaria della popolazione yemenita.

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