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Sulla Siria l’ex gendarme Usa ha abdicato e l’Europa latita

Pubblicato il 16/10/2019 - Il Piccolo

Oltre a confermare l’ossessione curda della Turchia e del suo presidente Erdogan, la guerra preventiva di Ankara contro il Rojava ci costringe a contemplare altri tre elementi indigesti dell’attuale contesto mediorientale: il ripiegamento isolazionista dell’impero americano, la vittoria che si appresta ad intascare, insieme ai suoi non meno impresentabili alleati di Russia e Iran, uno dei leader politici più ripugnanti della terra, il presidente siriano Bashar al-Assad, e infine l’irrilevanza dell’Europa laddove ben altro dovrebbe essere il suo peso.

Incombente da mesi, l’offensiva turca nella Siria nord-orientale è scattata solo dopo l’ok ricevuto dieci giorni fa da Erdogan per telefono. All’altro capo del filo c’era un uomo – Donald Trump – che ha ormai due chiodi fissi: essere rieletto l’anno prossimo e dare un taglio a quelle che definisce le “guerre infinite” dell’America. L’intreccio di queste due priorità lo aveva spinto già lo scorso dicembre ad annunciare, ovviamente con un tweet, il ritiro completo delle truppe Usa schierate in Siria.

Una decisione giustificata, stando al tycoon, dal raggiungimento dell’obiettivo di quella missione: la sconfitta del Califfato. Peccato che questa premessa non solo sia falsa – la storia dei movimenti jihadisti ne evidenzia la capacità di reagire alle avversità con inabissamenti tattici che preludono a resurrezioni ancor più violente – ma poggi su un presupposto su cui The Donald ha preferito glissare: quella vittoria è stata il frutto dell’immane sacrificio di un popolo, quello curdo-siriano, che mai si sarebbe prestato a servire gli obiettivi degli Usa (e dell’Occidente tutto) se non dietro precise garanzie. La garanzia, anzitutto, che l’esperimento di autogoverno in corso nei territori mondati dalle bandiere nere non fosse sacrificato sull’altare di qualche patto tra potenze fatto alle spalle dei diretti interessati. E la garanzia che quell’entità politica embrionale che stava fiorendo nel Rojava non fosse aggredita dal minaccioso vicino turco.

La presenza di un contingente Usa in quel territorio rispondeva ad entrambe le esigenze. Le unità delle forze armate più potenti del mondo fungevano infatti da formidabile deterrente verso eventuali mosse a sorpresa da parte di un esercito, quello turco, resosi già protagonista – e sempre in chiave anti-curda –  di due incursioni in territorio siriano negli ultimi tre anni. Ecco perché l’annuncio fatto dieci giorni fa da Trump, e la successiva offensiva di Ankara, ha travolto in un attimo questo equilibrio precario. L’azzardo di Erdogan deve però fare i conti ora con un ostacolo imprevisto: l’accordo stretto domenica dai curdi con Assad e il conseguente ritorno, dopo otto anni di assenza, dell’esercito di Damasco nei territori di nordest.

Una mossa che scombussola i piani di Erdogan, ma che non è senza prezzo per i curdi. L’ineluttabile ritorno sotto la sovranità di Damasco ne comporterà infatti la perdita di tutti i diritti conquistati sul campo e coltivati in tre anni di autogoverno. Questo succede, quando l’ex gendarme del mondo abdica al proprio ruolo, e quando a supplire non c’è l’Europa.

Marco Orioles

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