Se il partner non rispetta alcun diritto umano

Messaggero Veneto
Sabato 15 luglio 2017

La morte in regime di privazione di libertà del dissidente cinese e Nobel per la pace Liu Xiaobo, cui Pechino ha negato il permesso di ricevere all’estero le cure necessarie per la patologia da cui era affetto, ripropone un tema sempre attuale: le relazioni che dobbiamo nutrire con gli Stati che violano i diritti umani. È un argomento che i friulani conoscono bene e che pone però dilemmi insormontabili. Che dire ad esempio dell’Egitto? Il regime di al Sisi reprime sistematicamente le opposizioni, e si è persino permesso di togliere barbaramente la vita al nostro Giulio Regeni. Da allora, le relazioni diplomatiche con il Cairo si sono interrotte. Ma l’Egitto sarebbe un partner indispensabile per la sicurezza nel Mediterraneo, ed è uno snodo fondamentale per la stabilizzazione di un Paese che ci riguarda da vicino: la Libia. Altro caso rilevante quello della Turchia. La sua involuzione autoritaria sotto il tallone del presidente Erdogan è sotto gli occhi di tutti, per non parlare dell’orrida persecuzione del popolo curdo. Eppure è grazie all’accordo con Ankara che si è prosciugato il torrente della rotta balcanica che rischiava di inondare l’Europa, e lo stesso FVG, di profughi. Stesso discorso per l’Iran. Il regime degli ayatollah è quanto di peggio si possa trovare al mondo: il governo degli ayatollah opprime il proprio popolo con imposizioni medievali, e costringe persino i politici stranieri di sesso femminile a indossare il velo obbligatorio, come successe un anno e mezzo fa a Debora Serracchiani. Eppure l’Iran, da quando è caduto l’embargo dopo l’accordo sul nucleare del 2015, offre enormi opportunità alle nostre imprese. Con la Cina, il discorso non è dissimile. L’ex impero di mezzo è oggi una superpotenza economica che fa parte a pieno titolo del sistema di scambi internazionali. Non vi è Paese al mondo che non apra le sue porte alle merci e agli investimenti di Pechino, forte di un gigantesco surplus commerciale e di enormi riserve valutarie. Eppure la Cina rimane una prigione a cielo aperto, un sistema totalitario che nega ai suoi cittadini i più elementari diritti, dalla libertà di espressione alla facoltà di accedere a Facebook e Google. La nostra coscienza democratica non ci lascerebbe opzioni se non quella di esercitare la massima pressione perché il paese si apra o, opzione estrema, ricorrere all’isolamento. Ma si tratta di ipotesi senza senso di cui, se perseguite, pagheremmo un caro prezzo, visto lo stretto intreccio che ormai sussiste tra Cina e resto del mondo. Come relazionarsi dunque con un Paese così importante eppure così odiosamente intento a schiacciare le libertà fondamentali? Non vi è, purtroppo, soluzione a portata di mano. L’unica opzione possibile rimane il dialogo, a patto che sia portato avanti in modo da riproporre in ogni occasione il tema dei diritti. Perché alla fine, nuoce al benessere della Cina stessa l’avere un’economia aperta e una società chiusa. La storia insegna che questo binomio è alla lunga insostenibile. La memoria di Liu Xiaobo serva da monito a tutti i Paesi democratici perché lo ripetano in tutte le sedi e con fermezza agli interlocutori cinesi.

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