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Brics: sfida all’Occidente

Pubblicato il 28/08/2023 - Messaggero Veneto

Il quindicesimo summit dei Brics – il gruppo dei Paesi emergenti fondato dalla Cina che fin qui includeva Russia, India, Brasile e Sudafrica – sì è concluso con un tangibile risultato quale l’allargamento a sei nuovi membri (Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran). Se già prima era impossibile ignorare la sfida posta da questo blocco all’egemonia occidentale, oggi, con una ricchezza complessiva pari al 36% dell’economia globale, quella dei Brics si configura, almeno sulla carta, come una seria minaccia a quell’ordine internazionale che affida agli Usa il ruolo di Stato guida. Il problema ben si comprende alla luce dell’ingresso di tre potenze energetiche come Arabia Saudita, Emirati e Iran. Come ha osservato Bloomberg, questa inedita coalizione pone le premesse non solo per una politica energetica comune ma anche per un progressivo sganciamento dal dollaro come valuta privilegiata per gli scambi di commodities chiave come il petrolio e il gas. Quella della “dedollarizzazione” è la parola chiave del lessico dei Brics, che puntano ora a incrementare gli interscambi con valute locali come lo yuan cinese e, almeno in prospettiva, ad adottare una moneta comune destinata fatalmente a intaccare l’attuale supremazia del biglietto verde nel sistema finanziario globale. Ma il disegno è più ampio e ha a che fare con la volontà di Pechino di compensare la sua attuale impossibilità di scontrarsi direttamente con Washington creando un ampio fronte alternativo che includa, oltre alla Russia e al gigante indiano, quella vasta schiera di Paesi del cosiddetto Sud Globale non allineati né con Washington né con Pechino. Se dunque all’apparenza la sfida sembra molto seria, i Brics devono però fare i conti con alcune difficoltà oggettive e strutturali, non ultima la compresenza allo stesso tavolo di due colossi rivali come Cina e India, ambedue caratterizzati da una strategia di potere globale di lungi termine. Ma non è solo questo a fare del Brics allargato e sinocentrico poco più che una chimera: vi sono ottime ragioni di pensare che, nell’aderire al blocco dominato da Pechino, attori come il Brasile o l’Arabia Saudita stiano semplicemente perseguendo una tattica negoziale con gli Usa al fine di strappare vantaggi e concessioni. Indicativo in questo senso appare il comportamento di Riyad che se da un lato accetta il ruolo della Cina come mediatrice nella sua contesa con l’Iran, dall’altro negozia con gli Usa un grande patto in Medio Oriente che baratterebbe il riconoscimento diplomatico di Israele con la concessione di maggiori diritti al popolo palestinese e soprattutto con la fornitura della tecnologia necessaria a sviluppare il nucleare civile. Quello dei nuovi membri Brics, in definitiva, è una sorta di doppio gioco o, se si preferisce, un ricatto volto a ottenere dall’Occidente condizioni di favore in campi come il commercio e la finanza internazionale. Sta a Washington ora cogliere l’opportunità per prestare ascolto alla richiesta dei Paesi emergenti di ottenere maggiore ascolto.

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