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Casa di molti immigrati, ma non è corretto definirla un ghetto

Pubblicato il 08/10/2017 - Messaggero Veneto

Borgo Stazione è la casa di 671 cittadini stranieri. È immigrato un residente su tre (32%). Con numeri del genere, è giustificata l’etichetta che la vox populi ha affibbiato al quartiere, la “casbah di Udine”? Dipende. È difficile parlare di un ghetto – altra espressione diffusa – se consideriamo che la maggioranza è pur sempre costituita da italiani, che sono 1.425 su un totale di 2.096 residenti. Inoltre, se prendiamo il numero degli stranieri che vivono complessivamente nel capoluogo, 13.697, scopriamo che meno del 5% abita nel Borgo. Dunque, nessuna concentrazione. Certo, quel 32% è imponente, se paragonato al dato comunale (13,8%) o alla media nazionale (8,3%). Vi sono altri dati meno oggettivi, ma senz’altro significativi, che giustificano l’impressione degli udinesi di avere a che fare con un territorio occupato. Basta fare un giro nelle vie e piazze del Borgo per scoprire che gli esercizi commerciali, che dominano la vista, sono quasi tutti gestiti da stranieri. La ristorazione, vero biglietto da visita del quartiere, e poi alimentari, call center, parrucchieri e ogni altra attività economica sono monopolizzati dagli immigrati, che costituiscono anche gran parte della clientela, sebbene non tutta. Al di là dei residenti, vi sono poi gli avventori, che qui passano il proprio tempo libero, per logiche comprensibili di aggregazione. Il forestiero che scenda dal treno o dalla corriera, per andare alla scoperta della nostra città, si troverà immediatamente di fronte allo spettacolo di un quartiere vivace e pittoresco, puntellato com’è da linguaggi e costumi esotici. Questa è la cifra distintiva del Borgo Stazione contemporaneo, dove convergono traiettorie esistenziali che poco o nulla hanno a che fare con la friulanità. È un problema? E perché mai? Ogni città europea che si rispetti, per non parlare dell’America, ha il suo quartiere multietnico, che è al tempo stesso dimora, emporio e fulcro della vita quotidiana dei nuovi arrivati. Gli stranieri portano con sé ed esibiscono bagagli culturali variopinti, che modellano l’identità esteriore e intima del quartiere. Che ha i suoi problemi, certo, chi lo nega? Risse, ubriachezza molesta, droga sono aspetti che ritornano periodicamente in primo piano nelle pagine di cronaca. Siamo sicuri, però, che siano esclusiva degli stranieri? Ogni lettore fornirà la sua risposta, ma non potrà negare che, di tanto in tanto, il sapore del kebab, il vezzo di una spezia, la vertigine di merci che arrivano da terre lontane lo spingerà ad avventurarsi in questo precipitato di umanità che è Borgo Stazione. L’immigrazione rappresenta una fonte di ricchezza, e non solo dal punto di vista economico. Ci sembra eloquente il titolo che una rivista diede qualche anno fa ad un numero speciale dedicato all’immigrazione: “il mondo in casa”. Con centotrenta nazionalità registrate nell’anagrafe comunale, il mondo in casa è espressione decisamente appropriata. C’è stato un tempo in cui tale ricchezza, in Borgo Stazione, si condensava in una kermesse popolare estiva, la Festa delle Magnolie, che attirava parecchie persone. L’iniziativa, che aveva in filigrana intenti pedagogici, ha allietato per anni gli udinesi, salvo interrompersi poco tempo fa. Le difficoltà e i costi organizzativi hanno fatto gettare la spugna ai commercianti unitisi nell’associazione che promuoveva la festa. Sarebbe il caso che l’amministrazione comunale si facesse carico di sostenere e incoraggiare coloro che per anni hanno lanciato, da questo quartiere, un messaggio ottimista.
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Borgo StazioneimmigrazioneMessaggero VenetoUdine
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