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Haftar sta perdendo la testa in Libia ed è sempre più isolato. L’analisi di Mercuri

Pubblicato il 03/07/2019 - Start Magazine

Il bombardamento di stanotte ad un centro di detenzione per migranti nella città di Tajoura, nella periferia orientale di Tripoli, riporta prepotentemente al centro dell’attenzione una guerra, quello tra il campo del generale Khalifa Haftar e le forze fedeli al governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, che era finita nel dimenticatoio nonostante si stia consumando a pochi chilometri dalle nostre coste.

Secondo quanto riferito da Malek Merset, portavoce del ministero della Salute libico, sarebbero almeno quaranta i morti e un’ottantina i feriti di un raid che Tripoli attribuisce all’aviazione di Haftar. Un’ipotesi a cui dà credito anche Michela Mercuri, docente all’Università Niccolò Cusano e alla SIOI, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista e autrice del saggio “Incognita Libia”.

Prof. Mercuri, cos’è successo stanotte?

Dalle informazioni che ho, desumo che questo raid aereo, avvenuto in una delle città contese tra le forze del generale Haftar e le milizie fedeli a Sarraj, sia addebitabile ad Haftar. Il quale sta giocando tutte le sue carte in maniera molto violenta, perché è ormai un animale in gabbia che non può più tornare indietro. Credeva di conquistare Tripoli in 48 ore ma così non è stato, perché le sue forze sono state respinte in maniera energica dai misuratini e dai loro alleati turchi e qatarini. Dunque, sta giocando le ultime carte a sua disposizione e questo episodio ne è la dimostrazione.

Un episodio che, tra l’altro, ci ricorda che nel conflitto in corso da aprile i contendenti hanno messo in campo degli aerei.

Certamente. Da circa un mese e mezzo la guerra si sta giocando soprattutto attraverso strike aerei. Questo perché i sauditi hanno messo a disposizione di Haftar forze aeree, e altrettanto ha fatto la Turchia con le milizie di Misurata. Le conseguenze sono due: aumentano i morti, ma soprattutto si sbagliano gli obiettivi. Sebbene non si possa escludere nessuna ipotesi, è presumibile infatti che questo centro per migranti sia stato colpito per errore.

Si può escludere che Haftar l’abbia fatto apposta?

Assolutamente no. Haftar, vorrei sottolineare, sta sparando le sue ultime cartucce, sta tentando il tutto per tutto. Se fosse intenzionale, il suo sarebbe un gesto dettato dalla disperazione, oltre che dall’incoscienza. Varie fonti locali mi hanno detto che Haftar in questo momento non è affatto lucido. Non lo è perché non si aspettava che l’attacco che ha sferrato ad aprile finisse così. Molto probabilmente, dunque, sta attuando l’ultima prova di forza, come hanno fatto tanti dittatori prima di lui alla fine della loro parabola. Pensiamo a Gheddafi, che quando si vide prossimo alla fine non scappò, ma sparò semmai le ultime cartucce. O a Saddam Hussein.

L’offensiva di aprile di Haftar è insomma fallita?

Dire di sì, come dimostra il fatto che in questo momento Haftar sta persino perdendo la fiducia del suo stesso esercito. Bisogna ricordare che le sue forze, che all’inizio erano quelle meglio organizzate, sono composte prevalentemente da mercenari, i quali ora stanno defezionando in gran numero. Il generale ha perso anche il sostegno della popolazione: non dimentichiamo che in tutta la Libia, a Est come ad Ovest, la gente vuole la pace. Non può quindi che avversare chi sta mettendo in crisi una situazione già molto complessa. Haftar, infine, sta perdendo anche il sostegno internazionale, specialmente se verrà confermata la sua responsabilità nell’attacco di stanotte. A rimanergli fedele, probabilmente, resterà solo l’Egitto.

Anche la Casa Bianca, che dopo la partenza dell’offensiva fece una significativa apertura di credito ad Haftar, pare si sia molto raffreddata nei suoi confronti. Una conferma dell’isolamento del generale? 

Tutti, almeno a parole, stanno marginalizzando Haftar. Ma siccome questo è accaduto tante altre volte, ciò non ci garantisce che i vari attori internazionali, pur condannando Haftar, vorranno davvero sostenere il governo di Tripoli in un possibile processo di stabilizzazione post-conflitto. Per quanto riguarda gli americani, c’è da dire che Trump non ha mai avuto le idee molto chiare sulla Libia. In questo momento, nonostante l’endorsement del presidente, il governo Usa è di fatto più vicino a Sarraj.  Credo dunque che sia possibile, in prospettiva, un appoggio americano alla linea italiana di sostegno a Sarraj.

Linea che aveva però visto il nostro Paese in difficoltà, tanto che il nostro premier Conte ad aprile dichiarò che l’Italia non stava né con Sarraj né con Haftar.

In tutto questo bailamme, l’Italia è stata fermamente dalla parte di Sarraj, pur avendo dialogato con gli attori regionali che sostengono Haftar. Credo dunque che la nostra posizione potrà essere premiata in sede di trattative. Perché noi abbiamo avuto il coraggio di tenere aperta, nonostante tutto, la nostra ambasciata a Tripoli. Questo credo sia il nostro vantaggio competitivo.

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