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Le cause economiche delle rivolte politiche in Sri Lanka

Pubblicato il 16/07/2022 - Start Magazine

La crisi nello Sri Lanka, con i cittadini infuriati che hanno preso d’assalto i palazzi del potere e costretto prima alle dimissioni e poi alla fuga il Presidente Gotabaya Rajapaksa, ha portato all’attenzione del mondo la situazione di un Paese alle prese con un vero e proprio collasso dell’economia.

Nelle molte analisi che si sono succedute in questi giorni convulsi è emersa con chiarezza la responsabilità del crac economico da parte della famiglia Rajapaksa, ossia lo stesso Gotabaya, Mahinda e Basil, ultimi tre esponenti di una dinastia al potere da un quarto di secolo e che ha sommerso l’economia dello Sri Lanka sotto una montagna di debiti.

Per ricostruire le vicende che hanno portato fino all’odierna situazione attingeremo da un approfondimento dell’Ispi e intitolato “Sri Lanka: cronaca di una crisi annunciata”, uscito l’11 luglio sul sito dell’Istituto milanese.

Una crisi legata a doppio filo al familismo della dinastia al potere

“La storia del crac economico dello Sri Lanka”, scrive l’Ispi, “è legata a doppio filo ai Rajapaksa”, responsabili di aver amministrato, negli oltre due decenni in cui i loro esponenti si sono alternati al potere, di aver amministrato lo Stato “come un’impresa di famiglia senza rendere conto a nessuno” di scelte che hanno portato fino all’inesorabile epilogo.

Come ha osservato il Guardian, in un recente articolo dedicato alla crisi, “le importazioni hanno superato in modo schiacciante le esportazioni, la corruzione e l’avvento dello stato sociale hanno ampliato il disavanzo, che è stato coperto da prestiti e da interessi sempre più elevati”.

La svolta del 2009

Si arriva così, scrive ancora l’Ispi, al 2009, quando la guerra civile che piegava da decenni il Paese è giunta a una rapida conclusione a seguito della spietata offensiva ordinata dall’allora Presidente Mahinda e coordinata da Gotabaya in qualità di Ministro della Difesa.

La fine della rivolta della minoranza Tamil e delle sue famigerate “tigri” fu aspramente criticata da tutti gli osservatori internazionali per i brutali metodi impiegati, ma aveva posto anche le premesse per una nuova e promettente stagione per lo Sri Lanka, che fu però minata dalla gestione familistica del potere da parte della dinastia Rajapaksa.

“Per lo Sri Lanka”, si osserva nel report Ispi, “si aprì allora una nuova era fatta di turismo, sviluppo e investimenti, ma anche di corruzione, nepotismo, militarizzazione e debiti con l’estero”.

Un sistema di spoliazione a vantaggio della famiglia

Approfittando anche di una autentica popolarità dovuta alla fine delle ostilità con i Tamil, Gotabaya, Mahinda e Basil imposero spudoratamente “un sistema di spoliazione che ha sistematicamente privato lo Sri Lanka delle sue ricchezze a totale vantaggio degli esponenti della famiglia”.

Il dilagare della crisi e l’indebitamento record

Si arriva così fino al 2022, quando nel Paese si è palesata una crisi senza precedenti dell’economia legata in particolare all’esaurimento delle riserve in valuta estera.

Indebitata per 51 miliardi di dollari, Colombo fu chiamata alla restituzione di 8 miliardi di interessi entro l’anno, ma è stato subito chiaro che, a causa della cronica carenza di dollari, il Paese non ce l’avrebbe fatta.

Escluso dalle principali linee di credito internazionali, lo Sri Lanka è stato costretto ai salti mortali per pagare le importazioni di cibo, benzina e medicinali, mentre l’inflazione saliva vertiginosamente fino a raggiungere gli attuali livelli astronomici.

La rivolta delle piazze e la caduta di Mahinda

È in questo momento che le masse, il cui potere d’acquisto si era irrimediabilmente eroso, iniziano a scendere in piazza per protestare vibratamente contro la mala gestione dell’economia e il malaffare che imperversava nelle stanze del potere.

Mentre le tensioni sociali portavano a un inasprimento dei rapporti tra Gotabaya e Mahinda, che nonostante tutto restavano aggrappati al potere, un’ondata di proteste costrinse alla fine, il 9 maggio, Mahinda alle dimissioni.

I tentativi disperati del nuovo premier

Il nuovo Primo ministro Ranil Wickremsinghe fu costretto, rileva l’Ispi, “a misure drastiche per alleviare le difficoltà economiche, incluso concedere si dipendenti del governo un giorno libero per coltivare i raccolti nei loro cortili e consentire ai lavoratori del settore pubblico cinque anni di congedo non retribuito per cercare lavoro all’estero”.

Alle prese con la bancarotta, l’esecutivo ha cercato di negoziare un salvataggio con il Fondo Monetario Internazionale, che ha tuttavia assunto un atteggiamento attendista pretendendo prima dal governo il varo di significative riforme.

Finita ormai in un vicolo cieco, Colombo si è vista obbligata a chiedere aiuto all’India e alla Cina, che tuttavia temporeggiano, bussando anche alla porta del Presidente russo Vladimir Putin per chiedere un ulteriore sconto sulle importazioni di carburante.

Senza vie d’uscita?

Non è chiaro a questo punto, conclude l’Ispi, come il Paese possa divincolarsi dalla morsa di una crisi che “ha raggiunto un’ampiezza tale che, secondo l’Onu, circa l’80% della popolazione è costretta a saltare i pasti perché non può più permettersi di comprare cibo”.

Ciò che è certo è che, per citare un recente articolo di Foreign Policy, quando gli storici riavvolgeranno il nastro di questa crisi non potranno far altro che metterne in evidenza le sue radici squisitamente politiche prima ancora che economiche.

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