Le recenti dichiarazioni del Ministro della Difesa Crosetto pronunciate il 15 settembre a Roma hanno acceso un vivace dibattito sulla capacità dell’Italia di fronteggiare minacce militari in un contesto geopolitico sempre più teso. “Non siamo pronti né a un attacco russo né a uno di un’altra nazione”, ha affermato, puntando il dito su vent’anni di sottofinanziamento della difesa. Queste parole non sono nuove: già in una precedente intervista Crosetto aveva sottolineato l’incapacità dell’Italia di difendersi autonomamente, invocando un maggiore impegno europeo e Nato. Ma quanto sono fondate queste affermazioni? E come si collocano le Forze Armate italiane nel quadro della difesa collettiva? Per verificarlo, attingiamo a fonti autorevoli come il Military Balance 2025 dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), i dati SIPRI e i rapporti Nato ed European Defence Agency (EDA). Nel 2024, l’Italia ha speso 31 miliardi di euro per la difesa (1,49% del PIL), saliti a 31,3 miliardi nel 2025 (1,5-1,57% del PIL, +12,4%), con 13 miliardi destinati a nuovi armamenti. Tuttavia, la spesa resta sotto la media Ue (circa 2%) e il target Nato del 2%. Rispetto al 2005, la capacità reale è calata del 20-25%, confermando il gap storico. Le Forze Armate contano circa 165.000 effettivi attivi (Esercito: 90.000, Marina: 29.000, Aeronautica: 40.000, Carabinieri con funzioni militari: 6.000), contro i 250.000 necessari per uno scenario ad alta intensità. L’Italia eccelle in missioni internazionali, con 1.200 truppe in Libano, 800 in Kosovo e 2.000 sul fianco Est della Nato. Tuttavia, l’IISS evidenzia limiti contro un avversario come la Russia, che spende 149 miliardi di dollari (7,1% PIL) e vanta superiorità in artiglieria (14.000 pezzi vs. 1.000 italiani) e missili ipersonici. La Marina Militare è un nostro punto di forza, con la portaerei Cavour, 2 fregate FREMM di nuova generazione, 4 sottomarini U212A e 8 cacciatorpediniere, ma ha il limite di dipendere da supply chain Nato. L’Aeronautica schiera 54 Eurofighter e 30 F-35A (su 90 previsti entro il 2028), ma la difesa aerea è limitata da sole 4 batterie Patriot, parzialmente fornite dagli Usa. Carenze critiche emergono in munizioni di precisione (ridotte dal sostegno all’Ucraina) e cyber-difesa, con dipendenza dall’intelligence Usa per la ricognizione satellitare. Crosetto non parla di isolamento: l’Italia si affida alla difesa collettiva. Al Summit Nato dell’Aia dello scorso giugno, gli Alleati hanno fissato un obiettivo di spesa del 5% del PIL entro il 2035, con l’Italia che ha raggiunto il 2% nel 2025 grazie a un “bilancio integrato” che include fondi per armamenti e missioni. Il Paese ospita 70-90 bombe nucleari B61 Usa e contribuisce al fianco Sud, ma l’EDA evidenzia vulnerabilità in logistica autonoma. L’Ue, con il Fondo Europeo per la Difesa (5,4 miliardi 2021-2025) e progetti come il Future Combat Air System, punta all’autonomia strategica. Il piano SAFE (150 miliardi per prestiti congiunti) e test come OPEX 2025 rafforzano l’interoperabilità, ma senza un aumento coordinato della spesa europea (388 miliardi nel 2023), la vulnerabilità persiste. Le parole di Crosetto sono un richiamo realistico: l’Italia sta accelerando nel riarmo (22,5 miliardi in 15 anni per droni e missili), ma debito pubblico e pacifismo domestico rallentano il ritmo. La difesa collettiva resta il pilastro: Nato per la deterrenza, Ue per l’autonomia. Senza impegno condiviso, le lacune italiane rischiano di diventare un problema continentale.
Marco Orioles
